UNA DUPLICE EPIFANIA – Festa di San Cataldo Patrono della città San Cataldo (CL)

  1. Carissimi confratelli, autorità civili e militari, fratelli e sorelle nel Signore, la festa annuale del Santo Patrono è sempre motivo di gioia, di gratitudine e di consolazione. È motivo di gioia, perché una comunità che celebra il suo Patrono riscopre il suo volto più autentico: quello di una famiglia che si ritrova, che rinnova i legami di fraternità e si riconosce attorno a una memoria viva e condivisa. È motivo di gratitudine, perché il ricordo del Patrono è una forma di confessione ecclesiale: la Chiesa confessa che il proprio cammino non è lasciato a sé stesso, ma è sostenuto dalla grazia di Dio e dall’intercessione dei santi. È motivo di consolazione, perché la comunione dei santi ci ricorda che il Signore continua a vegliare sul suo popolo e sul cammino della nostra città.
  1. Nella storia della salvezza, Dio suscita i santi come testimoni viventi del Vangelo (Cf. Gaudete et Exsultate, 10-34). Essi rendono credibile la Parola di Dio nella concretezza dell’esistenza e mostrano che la santità non è un ideale irraggiungibile ma una possibilità reale dentro la storia. La santità, tuttavia, non può essere intesa in modo intimistico o disincarnato. Non consiste in una perfezione privata, separata dalla vita concreta. Al contrario, essa è chiamata a irradiarsi, a diventare visibile, a tradursi in responsabilità e servizio. Essere santi significa assumere con consapevolezza il proprio posto nella Chiesa e nella società, mettendo a frutto i doni ricevuti per edificare la città degli uomini e la città di Dio. Tutti insieme, ciascuno secondo la propria vocazione e le proprie responsabilità, contribuendo alla costruzione di una città più fraterna, solidale e aperta alla speranza. Per questo la festa del Patrono non è soltanto una ricorrenza religiosa. Essa rinnova la coscienza della nostra identità, illumina il nostro modo di abitare la città e incoraggia la comunità cristiana a essere presenza viva e generativa, capace di offrire al tessuto civile il contributo di una fede che, radicata nel Vangelo, diventa fermento di umanità nuova (cf. EG, 176-183).
  1. La prima lettura ci conduce in Samaria, terra segnata da antiche divisioni e profonde incomprensioni. Proprio lì, in un contesto fragile e ferito, la Parola di Dio manifesta tutta la sua forza trasformatrice. Filippo annuncia Cristo. Il Vangelo raggiunge concretamente la vita delle persone: risana le ferite, libera i cuori, restituisce dignità e fa rifiorire la gioia. Per questo san Luca annota: «Vi fu grande gioia in quella città» (At 8,8). Queste parole possono diventare una promessa anche per la nostra comunità e per la città di San Cataldo. Quando Cristo è accolto, il Vangelo rinnova la vita delle persone, rafforza i legami di fraternità e trasforma il volto stesso della città. Nasce una gioia condivisa capace di guardare al futuro con fiducia.
  1. La comunità samaritana, pur avendo accolto la Parola e ricevuto il Battesimo, attende ancora il dono dello Spirito attraverso l’imposizione delle mani di Pietro e Giovanni (cf. At 8,14-17). Può sembrare un dettaglio marginale, in realtà sutratta di una verità ecclesiologica fondamentale: la fede non è mai un’esperienza isolata. Non si vive da soli e non cresce in modo autosufficiente. Lo Spirito Santo non si possiede come un bene privato. Si riceve nella comunione della Chiesa. La fede giunge a maturazione solo quando si apre al Corpo ecclesiale, alla tradizione apostolica e alla vita nuova generata dallo Spirito. Per questo l’apostolo Pietro ci esorta: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). La speranza cristiana non è un ottimismo generico, né un semplice desiderio che le cose vadano meglio. Essa nasce dall’incontro con Cristo morto e risorto. È il frutto della Pasqua del Signore che trasforma l’esistenza dall’interno e apre il presente al futuro di Dio. Chi vive di questa speranza non si lascia dominare dalla paura, dallo scoraggiamento o dalla rassegnazione.
  1. La festa del Patrono rende visibile questa speranza e la colloca dentro la realtà concreta della nostra città. Non possiamo ignorare le fragilità che segnano il nostro tempo e le situazioni di fragilità che attraversano le nostre comunità: le difficoltà economiche e sociali; la precarietà e la mancanza di lavoro, con le conseguenze che ricadono sulle famiglie, spesso esposte più all’incertezza che alla serenità; le fragilità personale, il senso di smarrimento, la fatica nel trovare un orientamento stabile per la propria vita. Vi sono ferite interiori che talvolta oscurano la fiducia nel domani e mettono in discussione il valore stesso della vita. Di fronte a ciò non possiamo rimanere spettatori. Siamo chiamati a farci carico delle fatiche del nostro popolo, ciascuno secondo le proprie responsabilità.
  1. Proprio qui la parola dell’Apostolo Pietro ci aiuta a non cedere alla rassegnazione. L’impegno per una società più giusta e più solidale sarà tanto più autentico quanto più sarà radicato nella speranza che nasce dal Risorto. Gesù Cristo è il nome e il volto di questa speranza. Da questa speranza, fondata nel Risorto, nasce anche il vero volto della comunità cristiana. Le nostre parrocchie sono chiamate a essere autentici “laboratori di speranza”: non soltanto luoghi di culto, ma spazi di vita condivisa, comunità nelle quali si intrecciano relazioni fraterne, segnate dall’ascolto, dall’attenzione reciproca, dalla corresponsabilità educativa e da una carità vissuta nella gratuità. Quando una comunità vive così, genera un tessuto umano e spirituale che sostiene la vita della città e ne alimenta il futuro.
  1. La festa patronale si rivela così, carissimi fratelli e sorelle, come una duplice epifania. È anzitutto epifania ecclesiale: manifesta la Chiesa come popolo radunato nello Spirito, inserito nella comunione apostolica e reso capace di testimoniare il Risorto. Ma è anche epifania civile, perché una città che onora il proprio Patrono riconosce, anche implicitamente, che la sua unità non dipende soltanto da strutture e organizzazione. La convivenza trova il suo fondamento in valori più profondi, etici e spirituali, che orientano al bene comune. La memoria di San Cataldo diventa così, per la comunità ecclesiale e per l’intera città, principio di coesione, di responsabilità condivisa e di orientamento al bene comune. Essa ci richiama alla santità come forma concreta di vita, capace di edificare la comunità e di orientarla verso un umanesimo pienamente realizzato alla luce del Vangelo, in cui la fede non resta separata dalla vita civile, ma diventa fermento di fraternità e di speranza per tutti.
  1. Chiediamo al Signore, per intercessione di San Cataldo, che la nostra comunità si lasci sempre più trasformare dalla grazia. Il nostro Patrono, pastore secondo il cuore di Cristo, continui a indicarci la via di una santità incarnata, capace di attraversare la storia e di abitare le situazioni concrete della vita. E mentre affidiamo a San Cataldo il cammino della nostra Chiesa e della nostra città, ci rivolgiamo con fiducia filiale a Maria Santissima, Madre di Gesù e Madre nostra. Lei, che ha custodito la Parola nel silenzio del cuore e l’ha donata al mondo con tutta la sua vita, accompagni i nostri passi, sostenga la nostra fede e ci insegni a riconoscere, anche nelle prove quotidiane, la presenza fedele e consolante del Signore. Amen.