«PER TUTTO IL TEMPO DELLA MIA VITA» – Professione religiosa perpetua

Professione Religiosa Perpetua di

Sr. M. Sunita Tigga, Sr. M. Brijina Dungdung, Sr. M. Sangeeta Kiro,

Sr. M. Gracy Ekka, Sr. M. Jasmin Soy, Sr. M. Martine Rasoamampiandra,

Sr. M. Felaniaina Nomrnjanahany, Sr. M. Dorothée Rasoarimalala,

Sr. M. Perly Socia, Sr. M. Claudine Razafiniela, Sr. M. Eeleonore Razairivony

 

Ragusa, Chiesa Sacro Cuore

9 maggio 2026

 

 

 

1. Carissima Madre Generale, care sorelle della Congregazione del Sacro Cuore di Gesù, fratelli e sorelle nel Signore, oggi la nostra Chiesa di Ragusa eleva il suo rendimento di grazie al Signore per undici nostre sorelle che, in chiesa del Sacro Cuore – che diventa oggi grembo spirituale, nel quale la loro esistenza è totalmente offerta e consegnata al Signore –, pronunciano il loro “sì” definitivo, consacrando per sempre la loro vita nella Congregazione fondata dalla beata Maria Schininà, inserendosi pienamente in un carisma che nasce dall’amore al Cuore di Cristo e si traduce nel desiderio di consolare e servire i poveri e i piccoli con la stessa tenerezza del Signore.

 

2. Nel brano degli Atti degli Apostoli (At 16,1-10), Paolo ci è presentato come un uomo in cammino, che non si affida semplicemente ai propri disegni e alle proprie valutazioni, ma si lascia guidare dallo Spirito Santo. È lo Spirito che orienta, corregge e porta a compimento il suo itinerario apostolico, fino alla visione notturna del Macedone, che lo invita a varcare nuovi confini, aprendo un orizzonte inedito di obbedienza alla volontà di Dio.

Questa icona apostolica getta una luce particolarmente eloquente sul mistero della vostra consacrazione, carissime sorelle. La vita religiosa, infatti, secondo l’insegnamento del Magistero, è una stabile configurazione a Cristo mediante la professione dei consigli evangelici; essa comporta una speciale appartenenza a Dio e una disponibilità totale e radicale alla sua volontà nella Chiesa (cf. Perfectae Caritatis, 5). Essa non nasce, pertanto, da un semplice progetto umano, ma da una chiamata divina che precede e supera ogni iniziativa personale, introducendovi in un cammino nel quale l’obbedienza diventa spazio concreto di conformazione a Cristo e luogo privilegiato di santificazione.

 

3. È alla luce di questo dinamismo di fedeltà, che scaturisce dall’obbedienza allo Spirito, che si comprende il “per sempre” che oggi pronunciate: esso non è semplicemente il frutto di una decisione umana, ma partecipazione alla stessa fedeltà di Dio, un’alleanza irrevocabile nella quale Egli vi accompagna e vi custodisce con amore eterno.

Colpisce, infatti, la forza delle parole che tra poco pronuncerete: «In perpetuo», cioè, «Per tutto il tempo della mia vita». In una cultura segnata dalla precarietà, dall’usa e getta, del provvisorio e dalla fedeltà a tempo, questa espressione risuona come una provocazione e insieme come una domanda rivolta a tutti: a chi si può promettere per sempre, se non a Colui che per primo si dona a noi per sempre?

Le promesse umane sono fragili; non così quelle di Dio, il quale, nella sua fedeltà incrollabile, rende possibile anche la nostra. Egli rimane sempre fedele e, proprio per questo, ci chiama a corrispondere con una fedeltà perseverante. È allora che, con umile fiducia, possiamo ripetere con sant’Agostino: «Signore, dammi ciò che comandi e comanda ciò che vuoi». Chiediamo al Signore il dono della fedeltà, consapevoli che la perseveranza non è anzitutto frutto delle nostre forze, ma grazia da accogliere con gratitudine e da implorare ogni giorno.

 

4. Nella pagina evangelica appena proclamata, il Signore Gesù richiama i suoi discepoli a una verità tanto esigente quanto reale: il discepolo non è superiore al Maestro e l’appartenenza a Lui introduce inevitabilmente in una logica che non coincide con quella del mondo: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me… Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,18-20).

Queste parole si collocano nel cuore del discorso dell’ultima cena, nel momento in cui Gesù svela ai suoi il nucleo più profondo della loro vocazione: «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). È significativo che l’annuncio dell’amore e quello della possibile opposizione del mondo siano così strettamente intrecciati. Non si tratta di realtà contrapposte, ma di dimensioni inseparabili della stessa appartenenza. Proprio perché il discepolo dimora nell’amore di Cristo, è chiamato a condividere anche nella sua condizione nel mondo.

La radice di questa tensione è anzitutto teologica: «Non conoscono colui che mi ha mandato» (Gv 15,21), afferma Gesù. Il rifiuto, dunque, non si rivolge semplicemente ai discepoli, ma al mistero stesso di Dio che nel Figlio si è rivelato. È qui che si comprende come l’appartenenza a Cristo introduca in una logica nuova: non perché il discepolo si separi dal mondo, ma perché vive di una relazione originaria con il Padre, che relativizza e al tempo stesso trasfigura ogni altra appartenenza.

 

5. Carissime sorelle, oggi rendete stabile e definitiva questa appartenenza: «Non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo» (Gv 15,19): in queste parole di Gesù è contenuto il significato più profondo del “per sempre” che tra poco pronuncerete, dice il Signore. Esso è anzitutto accoglienza grata di questa elezione: non siete voi ad aver scelto Cristo, ma è Lui che ha scelto voi (cfr. Gv 15,16), vi ha chiamate per nome e vi ha consacrate a sé perché gli apparteniate in modo totale e irrevocabile.

Per questo, la vostra vita assume una forma che non coincide con la logica del mondo. I voti che oggi professate sono l’espressione concreta di questa appartenenza “altra”: la forma visibile di una scelta radicale, quella di una vita interamente donata a Dio e ai fratelli, specialmente ai più poveri e ai più piccoli (cfr. Perfectae Caritatis, 1; CIC can. 573 §1).

 

6. La castità, anzitutto, è un dono di Dio, ed è Dio stesso a custodirla in voi. Essa è il sigillo di un amore indiviso: rende capaci di amare tutti senza misura, senza esclusività e senza possesso; libera il cuore perché appartenga totalmente a Cristo e, proprio per questo, si dilati fino ad abbracciare ogni persona. È la libertà di un amore universale, che non si chiude in un rapporto esclusivo, ma si apre al mondo intero con lo sguardo stesso di Cristo. Vivendo la verginità «per il Regno dei cieli» (Mt 19,12), la consacrata diventa segno escatologico della realtà futura, anticipando la condizione dei risorti, nei quali tutto sarà piena comunione in Dio (cfr. Mt 22,30).

Si tratta di una realtà fragile e preziosa, che va custodita nella preghiera, nell’umiltà e nella vigilanza. Ma quando è vissuta nella verità e sostenuta dalla grazia, la castità consacrata si manifesta come sorgente di una libertà piena e gioiosa e di una fecondità spirituale capace di generare vita nel cuore della Chiesa.

 

7. La povertà, poi, è partecipazione al mistero di Cristo, il quale «da ricco che era, si è fatto povero per voi» (2Cor 8,9). Non è solo distacco dai beni materiali, ma anzitutto libertà interiore: libertà del cuore e dello sguardo, libertà dalle sicurezze umane.

È scelta di affidarsi totalmente a Dio, vivendo nella sobrietà, nella comunione fraterna e nella fiducia provvidente. Là dove tutto sembra misurarsi sull’avere e sul possedere, la vostra povertà diventa annuncio profetico che Dio solo basta: essa testimonia che il vero tesoro è Cristo e che chi Lo possiede non manca di nulla (cfr. Mt 6,21).

 

8. L’obbedienza, infine, tocca il centro più intimo della persona: la volontà. Essa è partecipazione alla relazione filiale di Cristo con il Padre e alla sua stessa dinamica interiore, per cui Egli può dire: «Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (cf. Gv 6,38).

Nell’obbedienza, la consacrata consegna se stessa, entrando progressivamente nel mistero della volontà di Dio che si manifesta nella Chiesa, nella Regola, nei superiori e negli eventi della vita. Si tratta di un autentico atto di fede: credere che Dio guida la storia personale anche attraverso mediazioni umane.

Così vissuta, l’obbedienza diventa luogo di comunione, sorgente di fecondità spirituale e via di autentica libertà, perché libera la persona dal ripiegamento su di sé e la apre al disegno di Dio.

Vissute insieme, queste tre dimensioni evangeliche disegnano il volto della consacrazione come sequela radicale di Cristo: nella castità, l’amore si dilata fino a diventare universale; nella povertà, il cuore si libera da ogni sicurezza terrena per riconoscere in Dio l’unico bene; nell’obbedienza, la volontà personale si conforma progressivamente alla volontà del Padre, entrando nella dinamica stessa della vita filiale di Cristo.

 

9. Carissime sorelle, la nostra comunità cristiana oggi vi guarda con gratitudine e fiducia e vi affida una consegna bella ed esigente: la gioia contagiosa del Vangelo, l’entusiasmo di chi ha davvero incontrato Gesù e una dedizione generosa, umile e fedele verso i poveri.

Non abbiamo bisogno di discorsi o di parole vuote, ma di testimonianze autentiche, di vite interamente donate per amore. È questa la parola più credibile del Vangelo: una vita che si fa dono.

I poveri, ai quali le figlie della Beata Schininà si dedicano in tante parti del mondo, oggi gioiscono insieme a voi per la vostra professione perpetua. A loro è rivolto il vostro servizio, ed è nella Chiesa che essi devono poter trovare spazio, accoglienza e amore.

Possa il Signore custodire la vostra consacrazione, renderla fedele nelle prove, lieta nella speranza e feconda nella carità, perché tutta la vostra esistenza, giorno dopo giorno, diventi una sola parola d’amore pronunciata con la vita, offerta a Dio e consegnata ai fratelli. Amen.