«PADRE E SPOSO FIGLIO E FRATELLO» Inizio del ministero pastorale di Amministratore Parrocchiale di padre Giuseppe Cascone nella parrocchia San Giovanni Bosco
- Carissimi fratelli e sorelle, caro padre Giuseppe, la Parola che abbiamo ascoltato questa sera ci offre una chiave preziosa per comprendere il significato di questo momento. È come se la liturgia l’avesse scelta apposta per aiutarci a comprendere che cosa significhi entrare in una comunità come pastore e, nello stesso tempo, che cosa la comunità è chiamata a vivere accanto al proprio pastore. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, parla di sé e degli apostoli con un’espressione che racchiude in poche parole tutto il senso del ministero: «Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele» (1Cor 4,1-2). Paolo parla di «amministratori». Ed è proprio questo il compito che oggi ti viene affidato: essere amministratore della parrocchia San Giovanni Bosco di Vittoria. L’amministratore riceve qualcosa che non gli appartiene e ha il compito di custodirlo, servirlo e renderlo fecondo. Anche tu, questa sera, ricevi dal Signore qualcosa che non ti appartiene, ma che sei chiamato a custodire, servire e far fruttificare: ricevi i misteri della salvezza per il bene del popolo di Dio. La Parola, l’Eucaristia, il perdono, la grazia e la consolazione del Vangelo sono il tesoro di Cristo affidato alle sue mani, perché tu possa custodirlo con fedeltà e dispensarlo con generosità. Per questo Paolo aggiunge: «Ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele» (1Cor 4,2). La prima qualità di colui che amministra non è l’efficienza, la capacità organizzativa, e neppure il successo: è la fedeltà. Fedeltà a Cristo e alla sua Parola, fedeltà al Vangelo ricevuto e al popolo che ti viene affidato, da amare e servire con cuore di pastore.
- Caro Giuseppe, oggi la Chiesa ti affida questa comunità e, attraverso di essa, una parte del popolo di Dio. Lo fa con un atto di grande fiducia. Sei sacerdote da appena due anni e già ti viene affidata una grande responsabilità: ti viene affidata una comunità nella quale altri sacerdoti hanno seminato con la loro vita, il loro ministero e anche l’offerta delle loro sofferenze. Desidero qui esprimere la mia profonda gratitudine al carissimo padre Santo che, in questo ultimo anno di parrocato, non ha fatto mai mancare la sua presenza, la sua dedizione e il suo affetto. Anche quando i suoi problemi di salute lo hanno tenuto lontano fisicamente dalla comunità, non ha mai smesso di sentirsi pastore di questo popolo e di portarlo nel cuore. A lui va la nostra riconoscenza e la nostra preghiera. E proprio in questo tempo, Giuseppe, tu gli sei stato accanto. Lo hai sostituito nei momenti della sua assenza, hai condiviso con lui la vita di questa parrocchia e hai già incontrato tanti dei suoi volti, delle sue storie, delle sue fatiche e delle sue speranze. Non arrivi, dunque, come un estraneo. Hai già conosciuto questa comunità e questa comunità ha già potuto conoscere qualcosa del tuo cuore sacerdotale.
- Oggi, però, il Signore, attraverso la Chiesa e attraverso il Vescovo, ti chiede di prenderti pienamente cura di questo popolo. È un grande atto di fiducia nei tuoi confronti, ma è anche un atto di fiducia nei confronti di questa comunità. Sono certo che, nell’accogliere un sacerdote così giovane, saprete accompagnarlo con la preghiera, con l’affetto e con la vostra collaborazione. Saprete custodirlo mentre egli impara, giorno dopo giorno, a custodire voi. Perché il pastore cresce con il suo gregge e il gregge cresce con il suo pastore. Ed è proprio qui che possiamo comprendere meglio il Vangelo che abbiamo ascoltato. Gesù parla di una novità che non può essere contenuta in forme vecchie: «Vino nuovo in otri nuovi» (Lc 5,38). Non si tratta di cancellare ciò che è stato, né di dimenticare il bene ricevuto, ma di lasciare che la novità del Vangelo rinnovi la nostra vita, custodendo con gratitudine la memoria del bene che è stato seminato nel passato. Questa comunità ha una storia e tu, Giuseppe, non sei chiamato a ricominciare da zero. Sei chiamato a riceverla, a custodirla e, sotto la guida dello Spirito, ad aprirla al futuro. Il vino nuovo, che è Cristo, continua a essere versato nella vita della Chiesa e chiede cuori, comunità e pastori capaci di accoglierne la sua novità.
- Carissimo padre Giuseppe, ci ricordava san Paolo che la prima qualità dell’amministratore è la fedeltà. Non la fedeltà a un incarico, a una struttura o a un programma pastorale, ma la fedeltà a Cristo. Dovrai certamente organizzare, programmare, coordinare e decidere, ma tutto dovrà partire dalla sorgente: l’Eucaristia. Per questo il primo luogo del tuo ministero sarà l’altare. Là dovrai tornare continuamente, perché è dall’Eucaristia che il sacerdote riceve la forma del suo servizio. Ogni volta che celebrerai, Cristo stesso ti ricorderà chi sei e a chi appartiene la tua vita. Da quella sorgente nasceranno la predicazione, il ministero della Riconciliazione, l’ascolto delle persone, la visita agli ammalati, la vicinanza alle famiglie, l’accompagnamento dei giovani e la cura dei poveri. La fecondità del tuo ministero dipenderà dalla profondità della tua comunione con il Signore: il sacerdote è, prima di tutto, un uomo che appartiene a Cristo. E proprio perché appartieni a Cristo, potrai essere veramente padre per coloro che ti saranno affidati.
- Tu, caro Giuseppe, sei un giovane, forse, dopo il tuo confratello Alessio, il più giovane del nostro presbiterio. Per età potresti essere figlio di molti di coloro che oggi ti vengono affidati. Eppure, attraverso il sacramento dell’Ordine, Cristo ti costituisce padre nella fede. La paternità sacerdotale non nasce dall’età o dall’esperienza, ma dalla grazia ricevuta e dalla configurazione a Cristo Pastore. Potrai essere davvero padre nella fede nella misura in cui saprai custodire la tua identità sponsale e filiale, che è la sorgente della paternità sacerdotale. Configurato a Cristo Sposo, sei chiamato a donare te stesso alla comunità, come Cristo dona la propria vita per la Chiesa, sua Sposa. Solo così possiamo scongiurare il rischio di autoreferenzialità nella relazione con i fedeli. La sollecitudine pastorale non consiste nel creare dipendenze, ma nel condurre con umiltà e premura, ogni persona all’incontro con Cristo e alla comunione con la Chiesa, sua madre, nella quale ciascuno trova il nutrimento necessario per crescere nella fede. Questa paternità, però, sarà autentica solo se rimarrai anzitutto figlio. È dall’esperienza di essere amati dal Padre che impariamo ad amare e a generare; è dall’accoglienza della misericordia di Dio che impariamo a usare misericordia; dal sentirci custoditi che impariamo a custodire. Solo così potrai condurre le persone a Cristo e alla Chiesa, senza mai sostituirti a Lui, ma aiutandole a riconoscere in Lui la sorgente della loro vita e della loro fede.
- Se il sacerdote è figlio davanti a Dio, chiamato a vivere nella fiducia e nell’abbandono al Padre, ed è sposo della Chiesa, alla quale consegna la propria vita nel servizio, proprio per questo è anche fratello tra i fratelli, inserito in un presbiterio e chiamato a camminare con agli altri sacerdoti, nella comunione con il Vescovo e al servizio del popolo di Dio. La fraternità, dunque, non è qualcosa che si aggiunge alla vita sacerdotale, ma appartiene alla sua stessa identità. La vita sacerdotale ha bisogno della fraternità, anche attraverso forme di vita comune, perché i sacerdoti possano sostenersi nella vita spirituale, collaborare nel ministero e custodire insieme il dono del sacerdozio. Tu vivrai questa esperienza insieme ad altri giovani sacerdoti che operano a Vittoria. Considerala una grazia e, insieme, una responsabilità. La vostra vita comune dovrà essere una delle prime testimonianze del vostro ministero. Prima ancora delle parole, la gente dovrà poter vedere che sacerdoti diversi per età, sensibilità e responsabilità possono vivere insieme nella carità di Cristo: pregando insieme, sostenendosi, condividendo le fatiche del ministero e correggendosi con carità. Una fraternità così vissuta custodirà anche il tuo sacerdozio, perché nessun sacerdote è chiamato a portare da solo il peso della propria vocazione.
- Caro padre Giuseppe, hai ancora davanti a te molti anni di ministero. Attraverserai stagioni diverse, conoscerai giorni di luce e giorni più faticosi, la gioia di vedere crescere una comunità e il dolore di non raccogliere subito ciò che hai seminato. In tutto questo, custodisci la memoria del giorno in cui hai detto il tuo «sì» al Signore. Nei momenti difficili, quella memoria ti riporti alla sorgente e ti faccia ritrovare la gioia con cui hai scelto di donargli la vita. Oggi ti affido questa comunità con grande fiducia, sapendo di affidarla a un sacerdote giovane che ha già conosciuto la bellezza e la responsabilità del servizio. Ti affido un popolo che dovrai imparare ad amare e a servire con gioia. E a voi, fratelli e sorelle di questa parrocchia, affido padre Giuseppe con altrettanta fiducia. Accompagnatelo, pregate per lui, vogliategli bene. Aiutatelo a crescere nella sua vocazione e lasciate che anche attraverso di voi il Signore lo formi sempre più come pastore secondo il suo cuore.
- A te, Giuseppe, chiedo di entrare in questa comunità con il cuore di un servo, con la fede di un discepolo e con la responsabilità di un padre. Custodisci la fede di questo popolo, la sua comunione e la sua storia; e, soprattutto, custodisci il dono del tuo sacerdozio. Lasciati, a tua volta, custodire dalla Chiesa, dal tuo Vescovo, dai tuoi confratelli e da questa comunità. San Giovanni Bosco accompagni il tuo ministero con la sua passione per i giovani e la sua fiducia nella grazia di Dio. Maria, Madre della Chiesa e Madre dei sacerdoti, ti insegni ogni giorno la fedeltà semplice e feconda di chi appartiene interamente al Signore. Caro Giuseppe, il Signore ti ha affidato i suoi misteri e oggi ti affida questo popolo. Sii servo fedele, padre nella fede e conserva sempre nel cuore la gioia di appartenere totalmente a Cristo. Amen.
