La visita pastorale del Papa a Lampedusa

“Questo è il luogo in cui più che le parole parlano i gesti”

“Con rammarico ho dovuto rinunciare ad accogliere Papa Leone a Lampedusa insieme agli altri confratelli Vescovi della Sicilia – ha dichiarato il Vescovo mons. Giuseppe La Placa – . Molti di noi, infatti, non si sono potuti imbarcare per l’isola a causa dei forti venti che hanno interessato il mare nei giorni precedenti. Ugualmente indirizzo al Santo Padre il saluto e il ringraziamento mio personale e di tutta la diocesi di Ragusa. Ho ascoltato le sue parole iniziali, con le quali ha sottolineato che Lampedusa, divenuto simbolo dell’accoglienza dei migranti, “è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti”. Noi siamo certi – continua Mons. La Placa – che anche la diocesi di Ragusa è uno di questi luoghi che anche qui nel sud est della Sicilia ci impegniamo e continueremo ad impegnarci a tutti i livelli, dal Vescovo ai laici, dalle istituzioni al mondo del volontariato, perchè “il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti”.

Il Papa, nel corso dell’omelia, ha ampliato il concetto richiamato dal Vescovo di Ragusa, indicando – oltre l’orizzonte della compassione di cui alla pagina del Vangelo del Buon Samaritano – una pista di azione che responsabilizza tutti, oltre le inevitabili polemiche tra l’accoglienza e il rifiuto. Una pista onesta che non lascia spazio ad alibi di disimpegno.

 

“Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, – ha esordito il Pontefice – per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. È avvenuto ancora il miracolo della compassione – «vide e ne ebbe compassione» (v. 33) –: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita.” Il Papa ha più volte manifestato gratitudine a quanti con o senza il dono della fede hanno scelto di amare insieme: “Sì, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato. L’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo”.

 

Sulle orme dei suoi predecessori – citati Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II quali “giganti” di questo secolo – Leone XIV ritiene che “siamo entrati in un millennio in cui è possibile dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore”, l’unico esito che “l’enormità del dolore che osserviamo” ci fa cogliere.

Citando l’enciclica Magnifica humanitas indica realisticamente che “non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà […]. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)”.

 

Lampedusa quindi, senza contrasto o minaccia tra la cultura dell’accoglienza e la sua vocazione turistica, è il megafono di un appello epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. “L’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”.

Audacia e coraggio di pensare diversamente e di essere, nel piccolo, profezia di ciò cui possiamo tendere insieme su grande scala.