Quinto anniversario di Ordinazione Episcopale Dedicazione del nuovo Altare Benedizione dell’Ambone e della Cattedra – «RADUNATI NEL DIRSI E NEL DARSI DI DIO»

  1. Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, con animo grato eleviamo la nostra lode al Signore per i doni di grazia che la sua bontà ci concede oggi di celebrare: il quinto anniversario della mia ordinazione episcopale, la consacrazione del nuovo altare della nostra Cattedrale e la benedizione dell’ambone e della sede episcopale. Questi eventi, pur diversi tra loro, trovano la loro unità nell’unico mistero di Cristo, che continua a radunare il suo popolo, a nutrirlo con la sua Parola e il suo Corpo e a guidarlo attraverso il ministero apostolico. La consacrazione del nuovo altare, in particolare, ci ricorda che Dio continua ad abitare in mezzo a noi e a rendersi presente nella sua Chiesa. Anche noi, dunque, come Giacobbe a Betel, possiamo esclamare con stupore: «Certo, il Signore è in questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo» (Gen 28,16). La consacrazione di un altare è tra i riti più solenni e significativi della liturgia, poiché in essa la ricchezza dei segni si intreccia intimamente con il mistero che essi manifestano. Il nostro sguardo, tuttavia, non può fermarsi alle opere che oggi contempliamo, pur nobili frutti dell’arte e dell’ingegno umano posti a servizio della fede. Il vero protagonista di questa celebrazione è Cristo stesso: senza di lui, l’altare sarebbe soltanto una mensa di pietra, l’ambone una semplice tribuna e la cattedra un seggio d’onore. È il Signore risorto che rende questi segni luoghi della sua presenza e del suo agire salvifico.
  1. La Parola di Dio appena proclamata ci conduce nel cuore del mistero che oggi celebriamo. Alla donna samaritana che, presso il pozzo di Sicàr, domanda dove si debba adorare Dio, Gesù risponde: «I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,23), rivelando che il vero santuario è la sua stessa persona, il luogo nel quale Dio e l’umanità si incontrano definitivamente. L’altare che oggi consacriamo è, dunque, segno di Cristo, sacerdote, vittima e altare della nuova alleanza, e del culto nuovo da lui inaugurato. Attorno ad esso il popolo di Dio si raduna per fare memoria del mistero pasquale del Signore, partecipare alla mensa del Pane di vita e ricevere il dono della comunione con Dio e con i fratelli. L’altare è il cuore dell’azione liturgica: tutto converge verso di esso. Se nell’ordine materiale si costruisce prima la chiesa e poi si colloca l’altare; nell’ordine della fede è l’altare che genera la Chiesa. Qui la Parola proclamata trova il suo compimento nel banchetto eucaristico e il Signore continua a donarsi al suo popolo. Per questo l’Eucaristia è insieme la sorgente e il culmine della vita della Chiesa. A questo mistero rimandano le celebri parole di sant’Agostino: «Ricevete ciò che siete e diventate ciò che ricevete» (Sermo 272).
  1. Tra poco questo altare sarà unto con il sacro Crisma. Lo stesso olio che nel Battesimo, nella Confermazione e nell’Ordinazione consacra la vita dei credenti, consacrerà ora questa mensa quale segno di Cristo, l’Unto del Padre. Questa unzione richiama anche la vocazione di ogni cristiano a fare della propria vita un’offerta gradita a Dio, nel sacrificio della lode e nella carità verso i fratelli, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei (cfr. Eb 13,15-16). Salirà poi il profumo dell’incenso, segno della preghiera della Chiesa che si innalza al Padre (cfr. Ap 8,3-4) e richiamo alla nostra vocazione a essere nel mondo il «profumo di Cristo» (cfr. 2Cor 2,14-16), attraverso la testimonianza del Vangelo e la santità della vita. Infine l’altare sarà rivestito e illuminato: la tovaglia ne esprimerà la natura di mensa del sacrificio e del banchetto eucaristico, mentre le luci richiameranno Cristo, luce del mondo (cfr. Lc 2,32). Da questa luce nasce anche la nostra missione: riflettere nella vita quotidiana la luce del Risorto e rendere visibile il suo amore per ogni uomo.
  1. Accanto all’altare, anche l’ambone e la cattedra ricevono oggi una particolare benedizione e diventano segni della presenza di Cristo che continua a radunare, istruire e guidare il suo popolo. Dall’ambone viene proclamata la Parola di Dio: non un semplice leggio, ma il luogo dal quale il Signore continua a parlare alla sua Chiesa. Prima della mensa eucaristica, infatti, ci viene preparata la mensa della Parola, perché è Cristo stesso che apre la mente alle Scritture e dispone il cuore all’incontro con Lui. La collocazione dell’ambone alla vostra destra, oggi meno frequente, richiama un’antica tradizione liturgica che vedeva nell’ambone la pietra rotolata dal sepolcro dalla quale l’angelo annunciò alle donne mirofore la risurrezione del Signore. Il riferimento è al racconto di Marco al capitolo 16, versetto 5, dove si dice che le donne, entrate nel sepolcro, vedono «a destra» un giovane che annunziava loro la resurrezione. Per questo, nei primi secoli, gli amboni erano spesso collocati sul lato destro rispetto all’assemblea, secondo una simbologia ancora visibile in molte basiliche antiche, come la Cappella Palatina di Palermo e il Duomo di Monreale. Per questo, nella disposizione antica dell’assemblea, le donne occupavano il lato destro della navata, in quanto prime destinatarie della buona notizia della Pasqua. La cattedra, infine, è il segno del ministero del Vescovo e del suo servizio all’unità della Chiesa nella successione apostolica. Da essa il Vescovo presiede la preghiera della Chiesa, annuncia la fede ricevuta dagli Apostoli e custodisce la comunione del popolo di Dio.
  1. La collocazione della cattedra accanto all’ambone e all’altare costituisce una silenziosa catechesi: ricorda al Vescovo che il suo ministero scaturisce dall’ascolto della Parola e dalla comunione con l’Eucaristia; che, prima di essere maestro, egli è discepolo e che, prima di presiedere la comunità, è chiamato a lasciarsi plasmare dal mistero che celebra. Per questo la cattedra è orientata verso l’ambone e l’altare: per esprimere, visibilmente, che ogni autentica autorità nella Chiesa nasce dall’ascolto della Parola e si alimenta nel mistero pasquale celebrato nell’Eucarestia. Da essa il Vescovo esercita il suo ministero di maestro, santificatore e pastore del popolo di Dio, custodendo il deposito della fede, promuovendo la comunione e confermando i fratelli nell’unità della Chiesa. Altare, ambone e cattedra parlano così un unico linguaggio ecclesiale: attorno all’altare il Signore raduna il suo popolo e lo nutre con il Pane della vita; dall’ambone lo illumina con la luce della sua Parola; dalla cattedra lo guida e lo custodisce mediante il ministero apostolico del Vescovo.
  1. Nel contesto di questa celebrazione trova posto anche il ricordo del quinto anniversario della mia ordinazione episcopale, il giorno in cui, attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera della Chiesa, il Signore mi ha chiamato a servire questa amata diocesi come suo Pastore. In questi cinque anni ho compreso sempre più che il ministero episcopale è anzitutto opera della grazia di Dio. Nessuno è all’altezza di una missione così grande e anche per il Vescovo restano vere le parole dell’Apostolo: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7). È proprio nella consapevolezza della propria fragilità che si impara ad affidarsi non alle proprie forze, ma alla fedeltà del Signore, che non abbandona mai coloro che chiama al suo servizio. L’episcopato è insieme dono e responsabilità, quella «dura sarcina» di cui parla sant’Agostino (Sermo 340, 1, in PL 38, 1483). Ma è anche sorgente di gioia, perché la gioia del Pastore coincide con il cammino del suo popolo. Per questo posso ripetere con san Paolo, rivolgendomi a voi, sacerdoti, diaconi, consacrati e fedeli della nostra Chiesa: «Voi siete la mia corona e la mia gioia» (Fil 4,1) e elevare insieme la mia lode a Dio facendo mie le parole di san Leone Magno: «La mia bocca canti la lode del Signore… Lui solo ha fatto per me grandi meraviglie» (Sermo 5, in PL 54, 155-156). Nessun Vescovo cammina da solo: il suo ministero vive della comunione ecclesiale ed è sostenuto dalla preghiera del popolo di Dio.
  1. Se oggi facciamo memoria di questo anniversario, non è per celebrare una persona, ma per rendere grazie al Signore, che continua a prendersi cura del suo popolo attraverso i suoi ministri, chiamati a rendere visibile, pur nella loro fragilità, la premura di Dio Padre per i suoi figli, nella consapevolezza di dover un giorno rendere conto del popolo loro affidato. Era questa la consapevolezza che faceva trepidare sant’Agostino quando, nell’anniversario della sua ordinazione, confessava ai suoi fedeli: «Voi dovete rendere conto di voi soli, io invece di me e di voi» (Sermo 339, 4, in PL 38, 1481-1482). È una responsabilità che accompagna ogni giorno il ministero del Vescovo e lo richiama a riconoscere che solo il Signore rende fecondo il suo ministero.
  1. Vi chiedo, pertanto, di continuare ad accompagnarmi con la vostra preghiera, perché possa essere sempre più un Pastore secondo il cuore di Cristo. E vi invito a rivolgere sempre lo sguardo all’unico Pastore della Chiesa, Gesù Cristo, del quale il Vescovo è soltanto servo e testimone. I Pastori passano, Cristo rimane: è Lui che guida la sua Chiesa, la custodisce nel tempo e la sostiene con la sua Parola e l’Eucaristia. Per questo guardiamo al futuro con fiducia, certi che il Signore continua a camminare con noi e rimane fedele alle sue promesse. Anche la consacrazione di questo altare apre il nostro sguardo al futuro: attorno a questa mensa, negli anni che verranno, si eleverà la lode della Chiesa, molti incontreranno la grazia dei sacramenti e continuerà a edificarsi il popolo di Dio. Questo altare è il dono che riceviamo e, nello stesso tempo, l’eredità che consegniamo a coloro che verranno dopo di noi. La sua vera bellezza non dipenderà dalla nobiltà dei materiali, ma dalla santità del popolo che attorno ad esso si radunerà. Sarà davvero un altare santo se da questa mensa nascerà una Chiesa viva, nutrita dalla Parola e dall’Eucaristia e capace di rendere visibile, nella carità, il volto misericordioso di Cristo.
  1. Carissimi fratelli e sorelle, la celebrazione di oggi ci consegna un compito. L’altare, l’ambone e la cattedra non sono soltanto luoghi della liturgia, ma una scuola di vita cristiana: ci educano alla comunione, all’ascolto della Parola e alla fedeltà alla fede della Chiesa. Come Giacobbe, che dopo l’incontro con il Signore eresse la pietra di Betel quale memoriale della sua presenza (cfr. Gen 28,18), anche noi riconosciamo in questo luogo il segno della presenza e della fedeltà di Dio e gli affidiamo questo altare, perché rimanga nei secoli luogo santo dell’incontro con il Signore e della comunione del suo popolo. Nel giorno in cui la Chiesa celebra la Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, affidiamo il nostro cammino alla sua materna protezione e all’intercessione del nostro patrono, san Giovanni Battista, perché la nostra Chiesa, radunata attorno a questo altare, cresca nella fedeltà al Vangelo e nella coraggiosa testimonianza del Regno di Dio.  Vi chiedo infine di accompagnare con la vostra preghiera il ministero del vostro Vescovo, perché il Signore mi conceda di servire questa amata Chiesa con umiltà e fedeltà e di guidare il popolo di Dio sulle vie della santità. A Lui solo siano gloria, onore e lode nei secoli dei secoli. Amen.