Professione Religiosa Perpetua di Sr. Maria Luisa del Sacro Cuore nell’Ordine delle Carmelitane Scalze della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo – Solo Dio Basta
- Carissima Suor Maria Luisa, la tua professione solenne nella vita monastica delle Carmelitane Scalze della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, qui nel Monastero Santa Teresa di Ragusa, è un momento di grazia che supera i confini della tua storia personale e quella di questa comunità. Essa si rivela come un dono prezioso per tutta la Chiesa. La tua vocazione, come anche ogni chiamata alla vita consacrata, manifesta in modo concreto la fedeltà con cui il Signore continua a visitare il suo popolo, chiamando uomini e donne a seguirlo più da vicino, a donarsi a Lui con generosità e radicalità. In questo atto di totale affidamento, la tua vita diventa segno vivo della presenza di Dio nel mondo, testimone della sua infinita misericordia e del suo amore che non viene mai meno.
- Tuttavia, se desideriamo penetrare più profondamente nel mistero che oggi celebriamo, siamo chiamati a riconoscere che il vero protagonista di questa festa è il Signore stesso. È Lui che ha posato il suo sguardo su di te; è Lui che ha guidato i passi della tua vita lungo sentieri che forse tu stessa non avresti osato immaginare; ed è ancora Lui che oggi ti chiama ad appartenergli per sempre, introducendoti in quella forma di amore totale che la tradizione della Chiesa riconosce come una vera alleanza sponsale (cf. Os 2,21-22; Ef 5,25-32). La vita monastica, anche nel silenzio fecondo della clausura, si rivela così come uno dei segni più luminosi dell’amore tra Cristo e la sua Chiesa. Essa rende visibile, in modo concreto, che Dio può essere amato sopra ogni cosa e che il cuore umano trova la sua vera pienezza soltanto nel dono totale di sé a Lui.
- Le letture che abbiamo appena ascoltato ci introducono nel mistero che oggi si compie davanti ai nostri occhi. La prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele, ci presenta il momento in cui il Signore parla a Davide attraverso il profeta Natan e gli annuncia una promessa che supera ogni attesa: «Io susciterò un tuo discendente dopo di te… e renderò stabile il suo regno» (2Sam 7,12). In queste parole si rivela con chiarezza il modo in cui Dio opera nella storia. L’uomo può immaginare, progettare, costruire; tuttavia è sempre il Signore a guidare gli eventi verso un compimento più grande, spesso oltre ciò che l’uomo stesso è capace di prevedere. Davide desiderava costruire una casa per il Signore, ma è Dio, sorprendentemente, a voler costruire una casa per lui. Gli promette una discendenza, apre la sua storia a un futuro inatteso e la orienta verso un compimento che ogni supera ogni progetto umano: il compimento della salvezza.
- Questa dinamica illumina in modo profondo il mistero di ogni vocazione: essa non nasce mai semplicemente da un desiderio umano o da una decisione personale, ma sgorga da una chiamata che precede e da un amore che ci raggiunge prima ancora che ne siamo consapevoli. Prima ancora che tu pensassi al Carmelo, carissima Suor Maria Luisa, Dio ti aveva già pensata; prima ancora che cercassi il Signore, era Lui a cercare te, preparando con cura questo cammino di grazia. Comprendere questo significa entrare nel cuore stesso della vita consacrata: non si tratta di una conquista dell’uomo, ma di un dono gratuito; non è un progetto costruito con le proprie forze, ma la risposta a un amore che ci precede, ci accompagna e ci sostiene. Per questo oggi, mentre pronunci il tuo “sì per sempre”, non ti affidi tue sole capacità, ma alla fedeltà di Dio, che non viene meno e porta a compimento l’opera che ha iniziato in te.
- La seconda lettura, tratta dalla Lettera ai Romani, ci illumina ulteriormente su questo grande mistero attraverso la figura di Abramo. San Paolo ci ricorda che egli credette alla promessa di Dio, rimanendo «saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18), anche quando ogni prospettiva umana sembrava venir meno. La sua fede si fondava interamente sulla fedeltà del Signore. È proprio in questa fede che affonda le sue radici la vocazione alla vita consacrata: nella fiducia nella grazia di Dio, che rende possibile ciò che appare impossibile e sostiene nel tempo la fedeltà di chi si affida a Lui. In questa luce acquista pieno significato il “sì” per sempre, il “si” che oggi Suor Maria Luisa pronuncia, donando la propria vita al Signore con gioia e coraggio.
- Carissima sorella, alla luce di questa Parola, desidero affidarti due consegne che possano accompagnare e orientare il tuo cammino nella vita monastica: ascolto e custodia. Il Vangelo secondo Matteo ci presenta Giuseppe in una situazione complessa: è turbato, disorientato, chiamato a prendere una decisione decisiva. Ed è proprio nel sonno, quando si spoglia di ogni difesa e di ogni pretesa di controllo, che Dio gli parla. Nel sogno Giuseppe non agisce, non costruisce ragionamenti, non si difende: semplicemente accoglie. Il suo cuore, reso libero e silenzioso, diventa spazio disponibile perché la voce di Dio possa risuonare con limpidezza. Questo è l’ascolto autentico: permettere a Dio di entrare proprio là dove siamo più veri, anche nelle nostre fragilità e incertezze. Comprendiamo subito che l’ascolto di Giuseppe è autentico, perché al risveglio egli si alza e agisce. Non rimane nel sogno, non si rifugia nell’interiorità, ma traduce ciò che ha accolto in scelte concrete. L’ascolto, infatti, quando è vero, diventa obbedienza, cioè vita vissuta. Il cuore della vita contemplativa consiste proprio in questo: aprirsi all’ascolto della voce di Dio, lasciarsi plasmare e orientare dalla sua Parola. Non è un caso che una delle espressioni più antiche e più alte della tradizione monastica si apra proprio così: «Ascolta, o figlio…». È l’inizio del Prologo della Regola di san Benedetto, padre del monachesimo occidentale.
- Un commentatore medievale osservava che, nei codici più antichi, il verbo “ascoltare” compare in due forme latine: ausculta e obsculta (cf. Paolo Diacono, Expositio Prologi Regulae Sancti Benedicti: PL 95, 1581). Non si tratta di una semplice variante linguistica: queste due forme esprimono due dimensioni complementari dell’ascolto. Ausculta richiama l’ascolto personale, attento e devoto. Vuol dire aprire il cuore alla voce di Dio: lasciare che la sua Parola plasmi i nostri pensieri, orienti le nostre scelte e trasformi, giorno dopo giorno, la nostra vita. Questo ascolto non è soltanto un atto dell’intelligenza, ma prima ancora un atto d’amore. Non consiste semplicemente nel comprendere qualcosa, ma nell’entrare in una relazione viva con Dio. Santa Teresa d’Avila definiva la preghiera come «un intimo rapporto di amicizia, un trattenersi frequentemente da soli con Colui dal quale sappiamo di essere amati» (Libro della vita, 8,5).
- Obsculta, invece, indica un ascolto condiviso all’interno della comunità. È un ascolto che possiede, rispetto a quello individuale, una ricchezza ulteriore, come osservava con umile sincerità san Gregorio magno: «Molte cose della Sacra Scrittura che da solo non riuscivo a capire, le ho comprese confrontandomi con i miei fratelli… Ne consegue, per dono di Dio, che il senso cresce e l’orgoglio diminuisce» (Homiliae in Ezechielem II, II, 1; PL 76, 949). In questo orizzonte, la lectio divina, ad esempio, non è più solo un esercizio personale di meditazione, ma diventa un momento di crescita collettiva: ciascuna porta la propria esperienza, le proprie domande e intuizioni, arricchendo la comprensione di tutte. La comunità, attraverso la condivisione e il dialogo fraterno, favorisce una maturazione spirituale che trasforma l’ascolto in un vero e proprio incontro con Dio e con le sorelle. Così, l’obsculta diventa un ponte tra l’interiorità personale e la vita comunitaria, consolidando legami di umiltà, rispetto e reciproca edificazione.
- Quando la nostra vita si radica nell’ascolto della Parola di Dio, nasce spontaneamente un atteggiamento fondamentale della vita spirituale: la custodia. Custodire significa accogliere il mistero di Dio e vegliare su di esso con amore, permettendo che maturi nel silenzio del cuore e trasformi progressivamente tutta l’esistenza. In questo senso, la figura di san Giuseppe assume un significato particolarmente profondo. Uomo del silenzio e della fedeltà, nei Vangeli non pronuncia mai parole, eppure tutta la sua vita è vissuta nell’ascolto della volontà di Dio e nella disponibilità a realizzarla. La volontà di Dio, nella vita di Giuseppe, si è manifestata nella missione di custodire la sorgente della salvezza. Alla sua custodia premurosa – come abbiamo invocato nella preghiera di Colletta – «Dio ha voluto affidare gli inizi della nostra Redenzione», quel piccolo rivolo che un giorno sarebbe diventato un grande fiume di grazia e di salvezza per l’intera umanità. Anche la vita monastica trova in Giuseppe una luce guida. Nel silenzio del monastero, la monaca diventa custode della presenza di Dio nel cuore della Chiesa. Attraverso questa custodia silenziosa, partecipa misteriosamente alla fecondità della salvezza. La clausura non è fuga dal mondo né distacco dalle sue sofferenze; è, al contrario, comunione più profonda con l’umanità. Nel silenzio della preghiera, la monaca porta davanti a Dio gioie e dolori, speranze e ferite del mondo intero.
- Carissima suor Maria Luisa, oggi il Signore ti chiama a vivere pienamente questo mistero. Il tuo “sì per sempre” ci ricorda che Dio è il vero tesoro della vita. In un tempo in cui spesso si vive come se Dio non esistesse, la tua esistenza proclamerà, nel silenzio, che Dio basta, che Dio colma il cuore umano e che Dio merita di essere amato con tutto se stessi. Maria Santissima, che custodiva la Parola nel suo cuore, ti accompagni lungo il cammino della vita consacrata. San Giuseppe, fedele custode del mistero di Dio, vegli sulla tua vocazione. Santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce ti guidino nella via dell’intima amicizia con Dio. Così, la tua vita, pur nascosta nel Carmelo e immersa nell’amore divino, diventi fonte di benedizione per la Chiesa e per il mondo intero. Amen.
