«MANDATO A PORTARE IL LIETO ANNUNCIO» 60° anniversario di ordinazione sacerdotale di padre Giovanni Nobile
- Carissimo Padre Giovanni, oggi la nostra Chiesa è in festa per i tuoi sessant’anni di ministero sacerdotale. La nostra gratitudine va innanzitutto al Signore, che ti ha chiamato e accompagnato con la sua grazia. Ma il nostro grazie va anche a te, per il dono di una vita interamente spesa al servizio di Dio e della sua Chiesa. Le letture bibliche che abbiamo ascoltato in questa celebrazione ci offrono, quasi in filigrana, il ritratto di una vita sacerdotale vissuta nella fedeltà alla chiamata ricevuta. In particolare, la parola del profeta Isaia ci presenta la missione di colui che è stato consacrato e inviato dal Signore: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato; mi ha mandato a portare il lieto annuncio» (Is 61,1). Ma questa missione è la conseguenza di una chiamata accolta e di una vita consegnata a Dio. È proprio qui che la parola di Isaia incontra la sua vicenda personale: egli ha accolto la chiamata del Signore, nonostante la sproporzione tra ciò che gli veniva chiesto e la sua fragile umanità. Contemplando la santità di Dio, Isaia riconosce con umiltà la propria fragilità: «Ohimè! Io sono perduto, perché sono un uomo dalle labbra impure» (Is 6,5). Dio, però, non si arresta davanti alla povertà dell’uomo: lo purifica e lo invia. Alla domanda «Chi manderò?», Isaia risponde prontamente: «Eccomi, manda me!» (Is 6,5). È questa la dinamica di ogni vocazione: non la presunzione delle proprie capacità, ma la fiducia in Colui che chiama. C’è una grazia che ci precede, ci accompagna e ci sostiene nonostante, nonostante le nostre miserie, i nostri limiti e le inevitabili fatiche della vita. Padre Giovanni, dopo sessant’anni possiamo rileggere la tua storia sacerdotale alla luce di quell’«Eccomi». La risposta pronunciata all’inizio del tuo ministero si è rinnovata nelle diverse stagioni della tua vita sacerdotale ogni volta che il Signore ti ha chiesto di andare, di ricominciare, di assumere un nuovo compito e di metterti ancora, con fiducia, a sua disposizione.
- E proprio guardando alla tua vita sacerdotale, due realtà, in particolare, hanno accompagnato e illuminato il cammino di questi sessant’anni: la Parola e lo Spirito. Innanzitutto la Parola. «Gesù – abbiamo ascoltato nella pagina evangelica – percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità» (Mt 9,35). Il ministero di Gesù è inseparabilmente annuncio della Parola e cura dell’uomo. Egli annuncia il Regno e, nello stesso tempo, si fa vicino alle ferite concrete delle persone. Anche tu, caro padre Giovanni, nel tuo lungo ministero hai cercato di essere un servitore appassionato della Parola e un pastore vicino alla gente, animato dal desiderio di annunciare il Vangelo e di portare Cristo nelle concrete situazioni della vita. Per ventisette anni sei stato parroco a Vittoria, nella parrocchia del SS. Rosario. E quando, quasi alle soglie dei settant’anni, il vescovo ti ha chiesto di assumere un nuovo servizio pastorale, hai accolto prontamente quella richiesta, rimettendoti in gioco e andando a servire la comunità cristiana di Chiaramonte Gulfi, con la consapevolezza che ogni nuovo servizio è un’occasione di grazia per continuare a donare sé stesso al Signore e al suo popolo. Nel frattempo hai svolto anche il servizio di delegato diocesano per le Confraternite e oggi vivi il tuo ministero come vicario parrocchiale nella parrocchia San Paolo di Ragusa. Stagioni diverse, comunità diverse, responsabilità diverse, ma un’unica passione e un’unica disponibilità: annunciare il Vangelo e servire la Chiesa là dove il Signore, attraverso la Chiesa, ti ha chiamato.
- Questa passione per la Parola ti ha portato anche a cercare strade nuove per l’evangelizzazione, con lo zelo e la perseveranza di chi non si rassegna a lasciare nessuno lontano dal Vangelo. La tua rubrica serale online, seguita e apprezzata da molti, è diventata per tante persone un appuntamento quotidiano di ascolto, riflessione e preghiera. Hai saputo accogliere la sfida dei nuovi media, mettendoli al servizio del Vangelo e trasformando uno spazio virtuale in un’occasione concreta di incontro, di ascolto e di testimonianza. Anche l’esperienza di evangelizzazione «Chiesa in uscita», che porti avanti insieme a un gruppo di amici, esprime il tuo desiderio di raggiungere le persone e portare loro la luce e la speranza del Vangelo. In fondo, è il dinamismo stesso del Vangelo: Gesù percorre città e villaggi, annuncia il Regno e si prende cura delle persone. La Parola ricevuta, quando è veramente accolta, non rimane ferma, ma diventa missione, cerca e trova sempre nuove strade per raggiungere il cuore dell’uomo. Per questo mi piace pensare al sacerdote come a uno degli «operai» della messe del Signore (cfr. Mt 9,38). Non è padrone della messe, ma servitore; non è lui a decidere dove andare, ma si lascia mandare dal Padrone della messe. E proprio perché è un operaio, non può smettere di cercare nuove strade, nuovi linguaggi e nuove occasioni perché il Vangelo raggiunga anche chi ancora attende una parola di speranza.
- Accanto alla Parola, nella tua vita sacerdotale c’è stata una particolare attenzione alla presenza e all’azione dello Spirito Santo. In un tempo in cui lo Spirito era ancora, per molti aspetti, la Persona della Trinità meno tematizzata nella coscienza ecclesiale, hai contribuito a farne riscoprire la presenza viva e operante: lo Spirito che conduce a una relazione più profonda con Cristo, che suscita doni diversi e che edifica, attraverso i carismi, l’unico Corpo della Chiesa. È precisamente quanto ci ricorda san Paolo nella seconda lettura: «Come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo» (Rm 12,4-5). La diversità dei carismi non è una minaccia all’unità della Chiesa; ne è piuttosto una delle forme concrete. Non divide il Corpo, ma lo edifica attraverso il dono di ciascuno. Nessun carisma, infatti, è dato per sé stesso. Ogni dono trova la propria verità e la propria fecondità quando viene messo a servizio dell’intero Corpo di Cristo e della comunione tra le membra.
- In questo cammino, il Rinnovamento nello Spirito, di cui sei stato per diversi anni assistente diocesano, ha avuto un ruolo significativo nella tua esperienza pastorale. Attorno ad esso hai promosso iniziative e forme di partecipazione che hanno contribuito alla crescita di persone e comunità. Oggi è giusto riconoscere il bene che, attraverso questa esperienza, hai saputo suscitare e rendere grazie al Signore per i frutti che ne sono derivati. Ma proprio la parola di san Paolo ci aiuta anche a collocare ogni esperienza spirituale dentro il più grande mistero della Chiesa. «Siamo un solo corpo in Cristo» (Rm 12,5) ci ha detto San Paolo. Nessuna esperienza, per quanto autentica e feconda, può diventare assoluta o chiudersi in sé stessa. Il criterio ultimo di ogni dono dello Spirito è la comunione e l’edificazione del Corpo di Cristo. Questa è anche la maturità di un cammino spirituale: permettere allo Spirito di condurci oltre ciò che abbiamo ricevuto, perché il dono che ci è stato affidato non diventi motivo di appartenenza esclusiva, ma diventi sempre più un dono per tutta la Chiesa.
- C’è ancora un aspetto che oggi, con particolare affetto, desidero sottolineare: la fragilità del corpo e la sofferenza che negli ultimi anni hanno segnato il tuo cammino sacerdotale. Hai attraversato difficoltà di salute e le hai affrontate con forza, ma soprattutto con quella fiducia nel Signore che non è rassegnazione, bensì abbandono alla sua volontà. E qui ritorna ancora la prima lettura. Isaia, davanti alla santità di Dio, riconosce la propria povertà e proprio lì, nel riconoscimento della sua fragilità, viene purificato e inviato (cfr. Is 6,5-8). La fragilità, allora, non è semplicemente qualcosa che si oppone al ministero. La debolezza non esclude dalla missione e non ne diminuisce necessariamente la fecondità; può anzi renderla più vera e più umana, perché ricorda al sacerdote e alla comunità che non sono le nostre forze a rendere fecondo il servizio, ma la grazia di Dio. In questi anni il Signore ti ha donato amici che ti hanno accompagnato con discrezione, affetto e fedeltà. Anche questo è un dono prezioso. San Paolo ci ha ricordato che «siamo membra gli uni degli altri» (Rm 12,5). La vocazione sacerdotale è personale, ma non è mai solitaria. Anche nella debolezza abbiamo bisogno della presenza e della cura dei fratelli. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, soprattutto quando la vita ci chiede di riconoscere i nostri limiti e di lasciarci accompagnare. Per questo, insieme a te, vogliamo oggi dire grazie anche a coloro che ti sono stati accanto, facendosi presenza concreta della benevolenza e della Provvidenza del Signore.
- Carissimo Padre Giovanni, i tuoi sessant’anni di sacerdozio potrebbero apparire come un punto di arrivo. Il Vangelo, invece, ci ricorda che la messe del Signore è grande e continua ad attendere operai (cfr. Mt 9,37-38). La missione della Chiesa, non è mai compiuta, perché ci sono sempre persone da incontrare, ascoltare, accogliere e accompagnare. E l’anniversario che oggi celebriamo non chiude una storia: la consegna ancora una volta nelle mani del Signore per una rinnovata missione. Il Signore ti ha donato sessant’anni di sacerdozio. Noi gli chiediamo di concederti ancora la grazia di annunciare la sua Parola e di servire il suo popolo con la sapienza degli anni, la forza dello Spirito e l’umiltà che nasce anche dall’esperienza della fragilità. A nome di questa comunità e di quanti hai incontrato nel tuo ministero, grazie per il tuo «Eccomi», ripetuto in tanti luoghi e in tante stagioni della tua vita; grazie per il servizio generoso nella nostra amata Chiesa di Ragusa, per il tuo impegno nel Rinnovamento nello Spirito e per il ministero che oggi vivi nella parrocchia San Paolo; grazie, soprattutto, per la tua passione per l’evangelizzazione. Il Signore ti conservi nella gioia del ministero, ti doni salute e forza secondo la sua volontà e ti conceda di continuare a rispondere, con semplicità e fiducia: «Signore, eccomi. Manda me. Mandami ancora, perché sia annunciato il tuo Vangelo e la tua Parola possa raggiungere ancora il cuore di tante persone». Auguri, caro Padre Giovanni, e grazie al Signore per il dono della tua vita sacerdotale, per questi sessant’anni di fedeltà e per tutto il bene che, attraverso di te, Egli ha compiuto e continuerà a compiere. Amen.
