«IO NON SONO LUI» Omelia ai Primi Vespri nella Solennità del Martirio di San Giovanni Battista Patrono della Città e della Diocesi
- Carissimi fratelli e sorelle, nei Primi Vespri della solennità del nostro Patrono, san Giovanni Battista, la liturgia ci consegna una parola che illumina il mistero della sua vocazione e, attraverso di essa, anche il mistero della nostra identità. Giovanni sa che gli occhi degli uomini sono posati su di lui, che le attese del popolo convergono sulla sua persona e che molti arrivano persino identificarlo con il Messia. Eppure egli non si lascia definire da queste attese: non le alimenta, non se ne appropria, non assume un’identità che non gli appartiene. Davanti alla folla, rimane fedele alla verità della propria vocazione. Quando i sacerdoti e i leviti gli chiedono: «Tu, chi sei?», Giovanni risponde con chiarezza: «Io non sono il Cristo» (Gv 1,19-20). Non cerca dunque di essere ciò che gli altri vorrebbero che fosse. Conosce la propria identità e sa che essa non consiste nel definirsi autonomamente, ma nel ricevere da un Altro il senso e la verità della propria esistenza. Egli è veramente se stesso proprio perché non è il Cristo: è il Precursore, non il Messia; è la voce, non la Parola; è l’amico dello Sposo, non lo Sposo. Da questa consapevolezza nasce la sua profonda libertà. Giovanni non ha bisogno di diventare ciò che gli altri pensano di lui, né di cercare nella folla conferme alla propria identità e al proprio valore. Non ha bisogno di occupare un posto che non gli appartiene, perché conosce il posto che Dio gli ha affidato. Sa chi è, perché sa da chi viene e verso chi è orientata la sua vita. La sua identità non nasce dallo sguardo degli altri, né dal consenso della folla, ma dalla relazione con Colui al quale ha consegnato interamente la propria esistenza. Per questo può dire, con una delle espressioni più belle della sua testimonianza: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (cfr. Gv 1,23).
- È un insegnamento particolarmente attuale ed importante. Viviamo in un tempo nel quale rischiamo continuamente di costruire la nostra identità attraverso lo sguardo degli altri: siamo tentati di diventare ciò che gli altri si aspettano da noi, ciò che ci assicura approvazione, riconoscimento e consenso. Così possiamo finire, quasi senza accorgercene, per vivere non secondo la verità di ciò che siamo, ma secondo l’immagine che desideriamo offrire di noi stessi. Il Battista ci indica una strada diversa. La nostra identità più autentica non nasce dall’immagine che riusciamo a costruire, né dal riconoscimento che riceviamo dagli altri, ma dalla vocazione che abbiamo ricevuto. Giovanni è grande proprio perché non occupa il posto di Cristo: la sua missione trova il proprio compimento nel condurre a Lui. Egli stesso, infatti, davanti ai suoi discepoli, non trattiene per sé coloro che lo seguono, ma indica Gesù dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio!» (Gv 1,29.36). La sua missione non consiste nell’attirare gli altri a sé, ma nel riconoscere e indicare Colui che viene. Questo vale per ogni cristiano, ma anche per le nostre comunità, per le parrocchie e, in modo del tutto particolare, per la Chiesa. La Chiesa esiste per indicare Cristo. La sua missione comincia quando, con l’umiltà del Battista, sa dire: «Io non sono lui». La Chiesa non è chiamata ad affermare se stessa, ma a rendere presente e riconoscibile il suo Signore. La Chiesa è sacramento di Cristo non quando si sostituisce a Lui, ma quando conduce a Lui; è segno della sua presenza quando sa rimandare oltre se stessa; è autenticamente missionaria quando, attraverso la Parola annunciata, la liturgia celebrata, la carità vissuta e la testimonianza offerta, apre la strada all’incontro con il Signore.
- Questo, evidentemente, non significa scomparire, rinunciare alla proprie responsabilità o pensare che la Chiesa debba diventare irrilevante. Al contrario: Giovanni è una presenza fortissima nella storia proprio perché non trattiene per sé ciò che ha ricevuto da Dio, ma lo pone interamente al servizio della sua missione. La sua grandezza sta nel fatto che tutta la sua vita indica un Altro. Questa è la vocazione della Chiesa e di ogni cristiano. Siamo chiamati a vivere nel mondo, ad assumerci responsabilità, a mettere a frutto i doni ricevuti, a prendere posizione davanti alle sfide del nostro tempo. Ma tutto questo acquista il suo vero significato quando la nostra vita non conduce a noi stessi, ma a Cristo. La nostra testimonianza diventa feconda non quando crea dipendenza dalla nostra persona, ma quando aiuta gli altri a diventare discepoli liberi del Signore. Non siamo chiamati a costruire attorno a noi una cerchia di persone che dipendano da noi, ma a generare uomini e donne capaci di incontrare Cristo, di ascoltare la sua Parola e di seguirlo personalmente. In un tempo nel quale abbiamo bisogno di rinnovare la nostra presenza evangelizzatrice, il Battista ci pone una domanda semplice e radicale: stiamo conducendo le persone verso Cristo o verso noi stessi?
- È una domanda che riguarda ciascuno di noi: il vescovo, i presbiteri e i diaconi, le persone consacrate, i catechisti, gli operatori pastorali, le famiglie e ogni fedele laico. Riguarda il modo nel quale esercitiamo il nostro ministero, viviamo le nostre responsabilità, svolgiamo il nostro servizio, testimoniamo la nostra fede e ci poniamo accanto agli altri. È una domanda che chiede a ciascuno una verifica sincera e umile: quando le persone incontrano noi, riescono a intravedere Cristo? La nostra parola, il nostro modo di vivere, il nostro servizio, le nostre scelte, conducono a Lui oppure, magari senza volerlo, attirano l’attenzione sulla nostra persona? Perché il primo esercizio della profezia consiste nel lasciarsi convertire dalla Parola. Prima di essere una voce per gli altri, Giovanni è un uomo che ha ascoltato Dio. La sua stessa vocazione nasce dalla Parola ricevuta e accolta: «La parola di Dio venne su Giovanni» (cfr. Lc 3,2). Prima di annunciare Cristo e indicare la strada, ha permesso a Dio di definire la sua identità e di orientare la sua missione. Non si può indicare agli altri una strada che non si è disposti a percorrere per primi. Solo chi si lascia raggiungere dalla Parola può diventare una voce autenticamente profetica. Solo chi accetta di essere continuamente convertito dal Signore può aiutare gli altri a incontrarlo.
- Carissimi fratelli e sorelle, affidiamo dunque all’intercessione di San Giovanni la nostra amata Chiesa locale. Chiediamo a lui di insegnarci a non vivere secondo ciò che gli altri pensano di noi, ma secondo ciò che Dio ci ha chiamati a essere. Ci insegni a essere una Chiesa umile, perché consapevole di non essere il Cristo; libera, perché non schiava del consenso e dell’approvazione degli uomini; profetica, perché capace anzitutto di ascoltare e proclamare con coraggio la Parola; missionaria, perché sempre orientata verso Colui che viene e che solo può dare compimento alla nostra vita. E quando anche noi saremo tentati di metterci al centro, quando cercheremo il riconoscimento degli altri, quando la paura ci impedirà di parlare o la presunzione ci farà parlare troppo, Giovanni ci ricordi la sua parola: «Io non sono il Cristo» (Gv 1,20). Ci insegni a riconoscere con umiltà il nostro posto e la nostra missione, senza voler essere ciò che non siamo e senza pretendere di occupare il posto che non ci spetta. E ci insegni, con tutta la nostra vita, con le nostre parole e soprattutto con la semplicità della nostra testimonianza, a ripetere: «Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1,29). Questa è, in definitiva, la vocazione della Chiesa e di ogni cristiano: non attirare lo sguardo su di sé, non occupare il posto che appartiene al Signore, ma condurre il mondo a Cristo, l’unico Salvatore, Colui che viene, Colui che deve crescere, Colui al quale apparteniamo. A Lui, che Giovanni ha annunciato e indicato, affidiamo il cammino della nostra Chiesa diocesana. E possiamo anche noi, come il Battista, scoprire che la nostra vera identità non consiste nel desiderio di essere al centro, ma nella gioia di indicare Colui che è il centro di tutto. Amen.
