Il mare sa i nomi. Sul traghetto verso Lampedusa per la storica visita di Papa Leone
Il traghetto lascia Porto Empedocle quando il giorno ha già consegnato il cielo alla notte. Navigo verso Lampedusa, la porta d’Europa affacciata verso l’Africa, l’isola simbolo dell’accoglienza nel Mediterraneo, dove sabato mattina ci sarà la visita di Papa Leone XIV, un appuntamento dal forte valore spirituale ed umano.
La costa si ritira piano, come una mano che smette di salutare. Restano poche luci, poi soltanto il nero del mare. Il Mediterraneo questa notte non concede tregua; le onde si alzano una dopo l’altra, il vento le sospinge contro lo scafo con la forza di chi reclama attenzione. Ogni colpo risuona dentro il ferro e dentro il petto ed è un dialogo antico tra il mare e ciò che l’uomo ha costruito per attraversarlo. Io mi aggrappo ai sostegni e mi lascio portare: so che arriverò. La sicurezza è una cosa leggera, la si avverte appena, finché non si pensa a chi ne è privo.
Allora cambia il sapore dell’aria. Lo stesso mare che sostiene questa nave ha sostenuto gommoni, tavole, legni inchiodati alla meglio, camere d’aria, carcasse galleggianti di speranze ostinate. È lo stesso mare: cambia soltanto la sorte di chi lo attraversa. Chi parte non sfida il mare, sfida la disperazione; il mare è soltanto l’ultima domanda. Prima ci sono state la guerra, la fame, la prigione, il silenzio imposto, la paura che bussa ogni sera alla porta di casa. Nessuno consegna un figlio alle onde se la terra gli permette di crescere.
Penso ai bambini che sono stati o potrebbero essere su quei barconi. Li immagino svegli, incapaci di capire perché il mondo intero oscilli sotto di loro. Il buio, per un bambino, è già abbastanza. Se poi il buio ha il rumore delle onde, diventa un mostro senza volto. Li immagino rannicchiati contro il corpo di una donna, forse la madre.
La vedo piegare il proprio terrore fino a trasformarlo in carezza. Le mani tremano, ma la voce no. Le madri imparano questo linguaggio da quando esiste il mondo: sorridere perché il figlio continui a sperare. La speranza qualche volta ha bisogno di essere detta prima ancora di esistere. Forse gli racconta che le stelle – nel buio stanotte luccicano come diamanti – stanno indicando la strada. Forse gli dice che il mare fa così perché sta giocando. Forse promette una terra che non ha mai visto. Le promesse delle madri non nascono dalla certezza. Nascono dall’amore perché l’amore è l’unico bagaglio che non pesa quando bisogna fuggire. Tutto il resto rimane indietro: la casa, gli alberi, la polvere delle strade conosciute, la lingua imparata da bambini. Perfino il proprio nome, qualche volta, viene lasciato sulla riva insieme alle cose che non è stato possibile portare.
Poi arriva l’altra sponda. Si pensa che il viaggio sia finito. Non sempre è così. Esistono porti dove si approda senza essere accolti. Esistono parole che fanno più male del sale sulle ferite: clandestino, estraneo, sporco, peso, problema. Parole corte che procurano lunghe ferite. Il rifiuto è un mare che continua sulla terra. Non ha onde: ha muri. Non affonda il corpo: tenta di affondare la dignità. Eppure, ogni essere umano chiede la stessa cosa fin dal primo respiro: essere guardato come un volto, non come un’ombra.
Dal ponte del mio traghetto, avvolto dal mare nero, mi domando: che cosa vedrebbe il mare se potesse giudicarci? Lui che bagna tutte le rive senza chiedere il nome della nazione. Lui che riceve le lacrime senza distinguerne la lingua. Lui che conserva, nelle sue profondità, storie che nessun libro riuscirà mai a raccontare. Mi immagino che esso conosca i nomi di quelli che noi abbiamo dimenticato, sento come se ogni onda pronunciasse un nome. Uno per ogni figlio perduto. Uno per ogni madre che ha continuato a stringere il vuoto. Uno per ogni padre che aveva promesso un domani.
La nave continua il suo cammino. Alle sette arriverò a Lampedusa per raccontare del viaggio del Papa: lo chiamiamo “Pontefice”, colui che costruisce ponti e molti “Santità”, ma con riluttanza ascoltiamo le sue scomode parole che richiamano l’umanità a sapere abitare il mondo, che richiamano allo sforzo politico e sociale di dare forma alla fraternità umana, che richiamano i popoli e le nazioni alla cosa più semplice e più difficile che un essere umano possa offrire a un altro essere umano: essere riconosciuti. Perché il contrario della morte non è soltanto la vita. È essere chiamati per nome.
Prendo in prestito le parole che il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, ha indirizzato al Pontefice: “Aiutaci ad aiutare”, aiutaci a riconoscerli ed a chiamarli per nome.
Emanuele Occhipinti
