Festa della Madonna di Palestina Patrona dei Cavalieri e delle Dame del Santo Sepolcro di Gerusalemme
- Carissimi amici, fratelli e sorelle nel Signore, con profonda gioia vi accogliamo nella nostra Chiesa di Ragusa, in questa celebrazione che si svolge a pochi giorni dalla conclusione del nostro Giubileo diocesano, nel quale abbiamo ricordato due date decisive della nostra storia ecclesiale: il 6 maggio 1950, quando la diocesi di Ragusa venne istituita, e il 1° ottobre 1955, quando fu riconosciuta la sua piena autonomia dalla Chiesa madre di Siracusa. La vostra presenza ci riempie di sincera gratitudine e di autentica consolazione spirituale. In voi riconosciamo il volto di una fraternità ecclesiale che sostiene e accompagna il cammino della nostra Chiesa locale, affinché essa continui ad essere, nel nostro territorio, segno e strumento vivo dell’amore di Dio. Un saluto particolarmente affettuoso e cordiale rivolgo a Sua Eminenza il Cardinale Paolo Romeo, Gran Priore dell’Ordine; a Sua Eccellenza il Cavaliere di Gran Croce Ing. Maurizio Russo, nostro Luogotenente; ai membri della Luogotenenza, ai Delegati, ai Presidi e a tutti voi, carissimi Cavalieri e Dame delle Delegazioni di Sicilia, che oggi arricchite con la vostra presenza questa solenne celebrazione.
- Oggi celebriamo con gioia e gratitudine la festa della Madonna di Palestina, Patrona dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Sotto il suo sguardo materno, innalziamo a Dio il nostro rendimento di grazie e rinnoviamo la nostra fede, la nostra speranza e il nostro impegno per quella terra benedetta, che la Scrittura chiama “santa”. È la terra dove il Verbo si è fatto carne, dove ha camminato tra gli uomini, ha annunciato la Buona Notizia, ha sofferto, è morto ed è risorto glorioso per la nostra salvezza. Quella terra, culla della nostra fede, rimane ancora oggi ferita e segnata da tensioni, violenze e divisioni che pesano sulla vita quotidiana delle comunità che la abitano. Affidarla a Maria significa custodirla nel cuore, come lei custodiva ogni cosa meditandola nel silenzio, e impegnarci concretamente affinché la speranza non si spenga e la pace torni a fiorire.
- Per noi, Cavalieri e Dame del Santo Sepolcro, questa festa non è soltanto una memoria da celebrare: è un richiamo concreto alla missione che ci è stata affidata: custodire la Terra Santa con la forza della preghiera, con la generosità della carità e con la coerenza della testimonianza; ma anche sostenere i cristiani vi abitano, soprattutto i più poveri e i più fragili, affinché possano continuare ad essere segno della presenza viva del Vangelo in quei Luoghi Santi. Ma la nostra missione non si ferma qui. Ci è chiesto anche di promuovere la pace, il dialogo e la riconciliazione. Custodire il Sepolcro significa, per ogni Cavaliere e ogni Dama, custodire il mistero della Pasqua nel cuore del mondo, rendendo visibile – nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, nei nostri gesti quotidiani – la forza della Croce e la speranza della Risurrezione.
- La liturgia di oggi ci invita a contemplare Maria Regina della Pace. Non si tratta di un semplice titolo devozionale o di un’espressione poetica: in esso si cela un mistero che tocca il cuore stesso della nostra fede. In Maria riconosciamo la Madre di Dio che ci ha donato il Principe della pace, Cristo Signore, Colui che, come scrive san Paolo, «di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione» (Ef 2,14). In questi giorni, abbiamo visto aprirsi uno spiraglio di pace con il tanto atteso cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Lo accogliamo come un segno di speranza, fragile, certo, ma prezioso. La pace che Dio dona, infatti, non è una semplice tregua tra le parti, ma una vocazione da custodire e servire con perseveranza. È proprio questo l’impegno del Cavaliere e della Dama del Santo Sepolcro, chiamati a essere artigiani di pace: uomini e donne, cioè, che credono nella forza del perdono, che cercano il dialogo, che si fanno strumenti di riconciliazione e testimoni della dignità di ogni persona, senza distinzione di popolo o di fede. Lo shalom biblico, la pace che viene da Dio, non è solo assenza di conflitto: è pienezza di vita, armonia con sé stessi, con gli altri, con il creato e con il Creatore. È il sogno di Dio sull’umanità, il sogno che Maria, Regina della Pace, continua a custodire nel suo cuore e a offrire ai suoi figli.
- Questa pace trova il suo compimento nella Croce di Cristo. È lì che Gesù ha sancito il trattato di pace con l’umanità: «Quanto a me – scrive San Paolo – non ci sia altro vanto che nella Croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14). Ecco il cuore della fede e il sigillo del nostro Ordine: «Nisi in cruce Domini». La Croce di Gerusalemme che portate sul mantello, è memoria visibile di questa verità: la Croce è insieme morte e risurrezione, ferita e vittoria, dolore e gloria. Sant’Andrea di Creta osserva con profondità: «La Croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La Croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo; è la sintesi completa della sua passione» (Omelia X sulla venerabile Croce, PG 97, 1018-1019). Gesù stesso rivela che la Croce è la sua glorificazione: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). La Croce non è dunque solo simbolo di sofferenza, ma vertice della rivelazione dell’amore di Dio e principio di un’attrazione universale che genera comunione e riconciliazione. Il Santo Sepolcro ne è testimonianza viva: da quel luogo la pace scaturisce come dono e come compito. Chi si lascia attirare da Cristo crocifisso e risorto diventa a sua volta testimone di questa pace, artigiano di riconciliazione e segno dell’amore che redime il mondo.
- Cari Cavalieri e Dame, indossare la Croce di Gerusalemme non significa portare un semplice ornamento, ma assumere una missione evangelica. Quella Croce, impressa sul vostro mantello, è segno di appartenenza a Cristo e di servizio alla Chiesa. Essa vi ricorda ogni giorno che il discepolo è chiamato a seguire il Signore sulla via della Croce, là dove l’amore si fa dono, perdono e misericordia. Portare quella Croce significa testimoniare con la vita ciò che essa proclama: la vittoria dell’amore sul peccato e sull’odio, la forza della speranza sulle tenebre della rassegnazione, la luce della fede nella notte del dolore o dell’incomprensione.
- «Militia est vita hominis» (Gb 7,1): la vita dell’uomo è una lotta. Ma la nostra non è una battaglia armata; è la lotta spirituale del credente, che si combatte ogni giorno con la preghiera, con le opere di carità e con la testimonianza coerente del Vangelo. È il combattimento quotidiano contro tutto ciò che spegne la fede, indebolisce la carità e corrode la speranza. In questa battaglia, voi siete chiamati a essere “cavalieri della fede” e “dame della speranza”: uomini e donne che non si arrendono davanti al male, ma si lasciano guidare dalla forza mite e vittoriosa di Cristo crocifisso e risorto. Come Abramo sul monte Moriah, che «credette, sperando contro ogni speranza» (Rm 4,18), anche voi siete chiamati a fidarvi della promessa di Dio, a credere nel suo amore anche quando tutto sembra oscuro o inutile.
- Il Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato ci presenta Maria nell’atto di accogliere l’annuncio dell’angelo: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28). Maria è “piena di grazia” perché ha saputo aprirsi con fiducia e coraggio alla volontà di Dio, accettando di diventare madre del Salvatore. La sua pienezza di grazia diventa per ciascuno di noi un modello di vita interiore chiamati, come Maria, ad accogliere Dio nel cuore per portarlo nel mondo. È da questa accoglienza che nasce la missione affidata ai Cavalieri e alle Dame del Santo Sepolcro: vivere la fede come servizio, nutrire la speranza con la testimonianza e manifestare la carità con gesti concreti di pace. Solo un cuore pacificato, riconciliato con Dio e con sé stesso, può diventare sorgente di comunione e di pace. È da un cuore abitato dalla grazia che scaturiscono quei segni semplici ma decisivi dell’amore di Dio: una parola di perdono, un gesto di solidarietà, un impegno sincero per il dialogo e la fraternità. Da un cuore così rinnovato nasce la forza di trasformare le relazioni, di sanare le ferite e di costruire legami autentici e duraturi.
- Quando si è scelto di celebrare la liturgia di Maria, Regina della Pace, la situazione a Gaza appariva senza vie d’uscita. La spirale di violenza sembrava inarrestabile e la speranza di una tregua fragile, effimera, affidata solo alla buona volontà degli uomini. Oggi, con cuore riconoscente, eleviamo a Dio il nostro grazie per il piccolo spiraglio che si è aperto: timido, ma reale. È segno che lo Spirito non smette di operare, anche dove tutto sembra perduto. Noi sappiamo, però, che la pace costruita dagli uomini, spesso così fragile e incompleta, può certo preparare il terreno, ma solo Dio può darci la pace vera, quella che guarisce le ferite più profonde, trasforma i cuori e sostiene la speranza.
- Quella pace, un giorno, è scaturita dal Santo Sepolcro. È la pace che Cristo Risorto ha conquistato per noi e che ora affida a ciascun cristiano: non per trattenerla, ma per diffonderla nel mondo. In modo particolare, il Cavaliere e la Dama del Santo Sepolcro sono chiamati a essere testimoni di questa pace pasquale, portandola con la loro vita e la loro testimonianza ovunque vi sia bisogno di riconciliazione, di giustizia e di speranza.
Cari Cavalieri e Dame, la Vergine di Palestina vi accompagni sempre: vi insegni ad amare la Croce, vi renda umili servitori della pace, vi confermi nella fede e vi trasformi in testimoni luminosi della speranza pasquale.
Dal Santo Sepolcro sgorga la pace di Cristo: custoditela nel cuore, seminatela nella vita, affinché il mondo riconosca in Lui il suo unico Salvatore. Amen.
