Domenica delle Palme – SEMPLICI E UMILI COME L’ASINO DEL “RE”
- Carissimi fratelli e sorelle, con la Domenica delle Palme, entriamo solennemente nella Settimana Santa. Abbiamo iniziato questa celebrazione con il segno gioioso dei rami d’ulivo, accompagnando Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme tra l’entusiasmo della folla. Tuttavia, al centro della liturgia troviamo il racconto della passione del Signore, che quest’anno ascoltiamo nel Vangelo secondo Matteo. La Chiesa ci invita a partecipare con tutto noi stessi a questo mistero, non come semplici spettatori, ma come persone coinvolte profondamente in ciò che celebriamo. È un mistero che tocca profondamente anche la nostra vita. La passione di Cristo, infatti, non è soltanto la sofferenza di un uomo giusto, ma è la passione del Figlio di Dio. In Gesù, Dio stesso entra nella nostra storia e si fa vicino a ogni dolore umano, assumendo su di sé l’angoscia, la fatica e le ferite dell’umanità. Dentro la passione di Gesù c’è anche la nostra passione. Come scrive san Leone Magno: «Chi vuole onorare veramente la passione del Signore, deve guardare con gli occhi del cuore Gesù crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la propria carne» (Discorso 15 sulla passione del Signore, 3). In questo tempo santo, lasciamoci dunque coinvolgere da questo amore che si dona fino alla fine. Chiediamo la grazia di seguire il Signore non solo nell’entusiasmo dell’“Osanna”, ma anche nella fedeltà silenziosa della croce, sapendo che proprio lì, nel dono totale di sé, si compie per noi il mistero dell’amore più grande.
- La pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato sembra arrestarsi davanti a un sepolcro sigillato. Eppure, proprio lì comincia a farsi strada una speranza nuova: la speranza della Pasqua. Ed è proprio dentro questa tensione tra dolore e speranza, che siamo chiamati a vivere questi giorni. Anche oggi, nel nostro tempo segnato da guerre, sofferenze, difficoltà economiche e tanta incertezza, la passione di Cristo illumina il nostro cammino: è una luce che non elimina il buio, ma ci dona la forza di attraversarlo senza smarrire la speranza. In quel drammatico contrasto tra l’accoglienza festosa di Gesù che entra a Gerusalemme – tra gli “Osanna” di una folla colma di entusiasmo, che stende i mantelli lungo la strada e lo acclama come re – e il grido che, pochi giorni dopo, invoca «Crocifiggilo!» (Mt 27,22), si rivela tutta l’ambiguità del cuore umano.
- La folla che lo accoglie è la stessa che lo rifiuta, quella che lo esalta è la medesima che lo condanna. L’entusiasmo iniziale nasce dall’attesa di un Messia potente, un liberatore capace di affermarsi con forza e di cambiare rapidamente la realtà. Ma quando Gesù si manifesta per ciò che è realmente – un Messia umile, che non impone con la forza ma conquista con l’amore – allora subentra la delusione. Così la folla, disorientata e delusa dalle proprie attese, cambia direzione: sceglie Barabba e rifiuta l’Innocente. Se ci pensiamo bene, questa dinamica non è così lontana da noi. Anche oggi, nelle nostre società segnate da comunicazioni rapide e opinioni che mutano con facilità, assistiamo a entusiasmi improvvisi che si accendono e si spengono con la stessa velocità. Basta poco perché qualcuno venga esaltato e, subito dopo, dimenticato o duramente criticato. Ma questa realtà non riguarda solo il mondo che ci circonda: tocca da vicino anche la nostra fede. Per questo è importante chiedersi con sincerità: chi è davvero Gesù per me? È il Signore della mia vita, anche quando il suo cammino passa attraverso l’umiltà, il rifiuto e la croce? Oppure, forse senza accorgercene, cerchiamo un Cristo più comodo, un Dio che corrisponda alle nostre aspettative, che risolva i problemi senza chiederci una vera conversione del cuore? Sono domande esigenti, ma necessarie. È proprio nella risposta a queste domande, infatti, che si gioca la verità del nostro rapporto con il Signore.
- La Domenica delle Palme allora, per noi, diventa un invito a entrare nella Settimana Santa con il cuore aperto e lo sguardo ben orientato: non verso gli zeloti e gli insurrezionalisti, che attendevano un messia potente, armato, pronto a imporsi con la forza, ma verso il segno semplice e sorprendente scelto da Gesù per il suo ingresso a Gerusalemme. Egli infatti manda i suoi discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte a voi – e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui» (Mc 11,2-3). Non si tratta di una semplice necessità pratica, poiché Gerusalemme dista pochi chilometri. È, piuttosto, una scelta intenzionale e carica di significato: Gesù compie così la profezia del Re-Messia umile, annunciata dal profeta Zaccaria: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (cfr. Zc 9,9). Il suo regno, infatti, non si fonda sulla forza, ma sull’amore che si dona fino alla fine.
- Mi piace applicare, oggi, l’immagine dell’asino che porta Cristo alla missione della Chiesa e di ogni cristiano: essere servi per amore. Gesù sceglie l’asino, una creatura semplice, abituata a portare i pesi lungo i sentieri assolati di Israele, per rivelare una gloria umile, una regalità diversa da quella del mondo. L’asino della Pasqua, nel giorno dell’ingresso trionfale a Gerusalemme, diventa così una cavalcatura regale e pacifica. E, se potesse parlare, forse direbbe, come scrive René Etchegeray: «Non so granché, ma so di portare Cristo sul mio dorso, e ne sono molto fiero. Sono io che lo porto, ma è lui che mi guida. So che conduce verso il suo Regno» (Tiro avanti come un asino. Cenni di intesa al cielo e alla terra, Cinisello Balsamo, 2007).
- Queste parole ci aiutano a comprendere come la Chiesa, e ciascuno di noi, sia chiamata a camminare così: con umiltà e fiducia, come un asino che porta Gesù. Consapevoli che non siamo noi a salvare il mondo, ma Colui che portiamo. Anche la Chiesa è chiamata a servire a capo chino, nel silenzio delle buone opere e nell’umiltà di chi sa di essere lievito nascosto. È lo stesso stile indicato dal nostro Patrono Giovanni Battista: «Illum oportet crescere, me autem minui» (Gv 3,30). Questa è la missione della Chiesa: gustare la gioia di portare Cristo nel cuore, assaporare la bellezza di donarlo agli altri, seguire la direzione che Egli ci indica per giungere là dove vuole condurci. La Chiesa, come ogni cristiano, è chiamata a essere serva: non a oscurare Cristo, ma a farsi trasparenza del suo amore, perché ogni uomo possa incontrarlo.
- Carissimi, mentre ci avviciniamo ai giorni santi del Triduo pasquale, lasciamo che questa Parola scenda in profondità nel nostro cuore e lo trasformi. Non accontentiamoci di restare alla soglia di questo mistero: entriamovi con fede, con umiltà, con disponibilità a lasciarci cambiare. Accompagniamo Gesù e seguiamolo passo dopo passo, dalla gioia delle Palme fino al silenzio del Calvario, senza fuggire davanti alla croce e senza cercare scorciatoie. Perché è proprio lì, dove l’amore si dona fino alla fine, che nasce la vita nuova. Entriamo dunque nella Settimana Santa in simplicitate cordis, con cuore semplice e sincero. Lasciamoci riconciliare, lasciamoci amare, lasciamoci salvare. E chiediamo la grazia di diventare anche noi, nella nostra vita quotidiana, umili portatori di Cristo: nelle nostre famiglie, nel lavoro, nelle relazioni, nelle fatiche di ogni giorno. Così, quando giungerà la luce della Pasqua, non sarà soltanto una festa da celebrare, ma una vita nuova da cominciare vivere. Amen.



