Funerale di Fra Giuseppe Pecorella O.F.M.Cpp. – «NELLE MANI DI DIO»
- Carissimi fratelli e sorelle, celebriamo questa Eucaristia, il più alto atto di rendimento di grazie, per accompagnare il nostro caro fratello e amico, padre Giuseppe, nel suo incontro definitivo con il Signore. In momenti come questi, quando le parole umane faticano a esprimere il dolore che abita in nostro cuore, viene in nostro aiuto la Parola del Signore, che illumina con la fede e la speranza anche gli eventi più inattesi e dolorosi. La morte improvvisa di fra Giuseppe, conosciuto, amato e stimato da tutti, ha profondamente colpito la nostra comunità. Il Signore lo ha chiamato mentre era ancora pienamente impegnato nel ministero e nel servizio pastorale, accanto alla sua gente, nella parrocchia della Sacra Famiglia, con quello stile semplice, fraterno e cordiale proprio del carisma cappuccino.
- In questo momento la Chiesa ci invita a sostare nell’ascolto della Parola di Dio, perché soltanto alla sua luce il mistero della vita e della morte trova il suo significato più vero e più profondo. La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, ci ha fatto riascoltare una delle espressioni più preziose che la Chiesa custodisce come un tesoro di consolazione e di speranza davanti al mistero della morte: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà» (Sap 3,1). È questa la certezza che oggi sostiene il nostro cuore e dà senso al nostro dolore: la vita di chi appartiene al Signore non cade nel nulla, ma rimane custodita nelle sue mani, in quell’amore creatore e redentore dal quale ha avuto origine e verso il quale tende fin dal principio. La Sacra Scrittura ci ricorda che nulla di ciò che Dio ha amato va perduto e che neppure la morte può sottrarre l’uomo alla fedeltà del suo Creatore. Per questo abbiamo proclamato nel Salmo: «Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei giusti» (Sal 102). Parole che possono apparire paradossali, soprattutto quando la morte giunge improvvisa e inattesa, lasciando nel cuore di una comunità smarrimento e dolore, eppure esse ci rivelano lo sguardo stesso di Dio, per il quale la morte non è la fine della relazione con i suoi figli, ma il passaggio verso la vita piena nella sua presenza.
- In questi giorni sono comparsi molti messaggi, ricordi e testimonianze sui social network e nei mezzi di comunicazione. In tanti hanno cercato parole capaci di esprimere l’affetto, la gratitudine e lo smarrimento davanti a una partenza così improvvisa. Tra le espressioni più ricorrenti vi è stata quella del «vuoto» lasciato da fra Giuseppe nel cuore della comunità. Comprendiamo bene il significato di queste parole e il sentimento che le accompagna. E tuttavia la fede ci invita a compiere un passo ulteriore. Fra Giuseppe lascia certamente il dolore dell’assenza, la nostalgia di una presenza familiare, il silenzio di una voce amica che accompagnava il cammino di tanti fratelli e sorelle. Lascia il ricordo della sua disponibilità, della sua cordialità e della sua capacità di accogliere; lascia la gratitudine di quanti hanno trovato in lui una parola di conforto, un consiglio sapiente e una presenza serena e rassicurante.
- In questo fra Giuseppe ha testimoniato quella fraternità evangelica che san Francesco desiderava per i suoi frati quando scriveva: «E dovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino familiari tra loro» (Regola non bollata, VII, 15). Una fraternità fatta di prossimità, semplicità e benevolenza. E tuttavia non lascia un vuoto, perché il vuoto appartiene al linguaggio del nulla e richiama ciò che scompare senza lasciare traccia, ciò che viene inghiottito dall’oblio e dalla dimenticanza, mentre la vita di un uomo vissuta in Cristo, continua a portare frutto nell’eternità di Dio. Le anime dei giusti non sono nel vuoto, ma nelle mani di Dio. È questa la grande parola di consolazione che oggi la Sapienza consegna al nostro cuore. Fra Giuseppe non è consegnato al nulla, ma alle mani del Padre; quelle stesse mani che lo hanno chiamato alla vita, lo hanno guidato nella vocazione francescana e sacerdotale, lo hanno sostenuto nel servizio alla Chiesa e ora lo accolgono nella pace e nella gioia del Regno.
- Forse è lo stesso fra Giuseppe che ci ha lasciato, senza saperlo, la parola più bella per interpretare cristianamente la sua partenza. Era solito condividere sui social una breve riflessione sul Vangelo del giorno e lo aveva fatto anche alla vigilia del suo ritorno alla casa del Padre, nella memoria liturgica di san Benedetto, ricordando il motto: Soli Deo placere, «piacere soltanto a Dio». Commentando il Vangelo, aveva scritto parole che oggi assumono il valore di un vero testamento spirituale affidato alla sua comunità: «Lasciare tutto per ricevere tutto, cioè solo Dio; solo se abbiamo Dio possiamo lasciare tutto. Solo Dio basta. In tutto ciò che facciamo Dio sia il primo pensiero e l’ultimo. Così anche noi possiamo dire con Gesù: “Tutto è compiuto” e tutto sarà a beneficio della vita eterna. Qui in terra facciamo in modo di vivere per piacere solo Dio». È difficile non riconoscere in queste parole una profonda sintonia con il Vangelo che abbiamo ascoltato: le vesti strette ai fianchi, la lampada accesa, il cuore pronto all’incontro con il Signore che viene. È consolante pensare che il Signore lo abbia chiamato mentre ancora viveva la sua consegna quotidiana, con il cuore rivolto a Dio e le mani impegnate nel servizio dei fratelli. Questa forse è la risposta più autentica che la fede cristiana offre alla parola «vuoto»: non il nulla che inghiotte la vita, ma una testimonianza che continua a generare fede, speranza e carità; non una scomparsa definitiva, ma una presenza nuova nella comunione dei santi e una vita ormai compiuta e custodita nelle mani di Dio, nella pace promessa ai suoi servi fedeli.
- La fede non ci chiede di ignorare il dolore della separazione, ma di attraversarlo nella luce della Pasqua, perché nella morte si manifesta la fedeltà di Dio, che non abbandona coloro che gli appartengono e non permette che nulla di ciò che è stato vissuto nell’amore vada perduto. Per questo possiamo dire che fra Giuseppe non lascia un vuoto, ma una testimonianza di fraternità evangelica, una vita consumata nel servizio del Vangelo e dei fratelli, un’eredità spirituale che continua a parlare attraverso il bene seminato nel cuore di tante persone. Rimangono la sua cordialità, la sua disponibilità, il suo sorriso, la sua vicinanza alla gente, la sua fedeltà alla vocazione cappuccina e sacerdotale. Nella logica del Regno nulla di ciò che è vissuto nella carità viene disperso: tutto viene raccolto, purificato e trasfigurato nell’eternità di Dio. La morte del giusto è preziosa agli occhi del Signore perché preziosa è stata la sua vita.
- Quando una vita è vissuta nella fede, nella dedizione e nell’amore, porta già in sé i tratti di quella vigilanza evangelica di cui ci ha parlato il Vangelo: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese» (Lc 12,35). Gesù non parla anzitutto della morte che sopraggiunge, ma di Lui che viene incontro ai suoi servi per introdurli nella comunione piena con il Padre. Così possiamo leggere anche la morte di fra Giuseppe. La sua chiamata alla casa del Padre ci ricorda che la vita è un dono prezioso affidato alle nostre mani e che ogni giorno è il tempo favorevole per custodire accesa la lampada della fede e della speranza, spendendo la propria esistenza nell’amore verso Dio e verso i fratelli. Il Signore è venuto incontro a fra Giuseppe nel cuore della notte e lo ha trovato con le vesti strette ai fianchi e la lampada accesa: nel servizio, nel ministero sacerdotale, nella quotidianità della sua missione pastorale, immerso nella vita della sua comunità e nella fraternità cappuccina. Profondamente legato alla sua famiglia religiosa, della quale incarnava con semplicità e autenticità il carisma e lo spirito, era nello stesso tempo era pienamente inserito nella vita della nostra Chiesa diocesana, alla quale offriva con generosità il suo ministero sacerdotale e la sua collaborazione fraterna.
- Nato a Pachino il 20 novembre 1969, dopo un’esperienza nel mondo del lavoro maturò nella comunità parrocchiale il desiderio del sacerdozio e della consacrazione al Signore. Dopo un primo tempo di discernimento nel Seminario della diocesi di Noto, riconobbe nella famiglia dei Frati Minori Cappuccini la forma concreta della chiamata ricevuta da Dio. Entrato nel noviziato di Nicosia nel 2007, emise la professione perpetua nel 2011 e fu ordinato sacerdote il 30 giugno 2012 nella Chiesa Madre della sua Pachino. Il suo ministero si svolse nelle fraternità di Siracusa e Sortino e, dal 2019, nella comunità della Sacra Famiglia di Ragusa, della quale dal 2022 era anche guardiano della fraternità cappuccina. Questa vita, progressivamente consegnata nelle mani del Signore, è stata oggi accolta definitivamente nelle stesse mani dalle quali era stata chiamata all’esistenza e alla vocazione, nella certezza che neppure la morte può separarci dall’amore di Cristo, perché – ci ha ricordato San Paolo – «la morte è stata inghiottita nella vittoria» (1Cor 15,54).
- La spiritualità francescana ci aiuta a penetrare questo mistero con le parole del Cantico delle creature, quando san Francesco, ormai prossimo all’incontro con il Signore, innalza il suo ultimo canto: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale» (Fonti Francescane, 263). Francesco può chiamare la morte “sorella” perché Cristo l’ha attraversata e trasformata, facendone non il termine ultimo dell’esistenza, ma il passaggio verso la vita piena. Nella fede, dunque, la morte diventa l’ultimo atto di una consegna fiduciosa al Padre, il momento nel quale tutto ciò che abbiamo ricevuto viene restituito con amore a Colui dal quale ogni bene proviene. Per questo San Francesco scrive: «Rendiamo tutti i beni al Signore Dio altissimo e sommo e riconosciamo che tutti i beni sono suoi» (Regola non bollata, XVII, 17). Così possiamo contemplare anche la morte di fra Giuseppe: come l’ultimo atto della sua consegna al Padre, il sigillo posto dal Signore su una vita donata al Vangelo e ai fratelli. Colui che egli ha servito nella Chiesa e nella famiglia francescana ora lo accoglie nella gioia della comunione eterna, come il Padre che riconosce e abbraccia il figlio fedele.
- Per questo ci piace pensare che oggi si compiano per fra Giuseppe le parole del Vangelo: il Signore, trovandolo vigilante e fedele, si cingerà le vesti, lo farà mettere a tavola e passerà a servirlo (cfr. Lc 12,37). È una delle immagini più consolanti della Scrittura: Colui che fra Giuseppe ha servito nella povertà evangelica, nella fraternità e nel ministero sacerdotale, ora si fa servo del suo servo fedele e lo accoglie alla mensa del Regno. Dopo avere spezzato per tanti anni il pane della Parola e dell’Eucaristia per il popolo di Dio, ora è lui a essere invitato al banchetto eterno preparato per coloro che hanno seguito il Signore nella via della donazione, della fraternità e del servizio. Per lui si compiono la parola dell’Apostolo: «Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (1Cor 15,57), e la promessa dell’Apocalisse: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). La porta che tante volte fra Giuseppe ha aperto a Cristo nella preghiera, nell’Eucaristia, nella fraternità francescana e nel servizio pastorale, oggi si apre davanti a lui nella casa del Padre. È il Signore stesso che viene incontro al suo servo e lo introduce nella comunione della vita eterna. Affidiamolo dunque con fiducia alla misericordia di Dio e chiediamo al Signore la grazia di vivere anche noi con la lampada accesa e il cuore vigilante, pronti ad aprire la porta a Colui che viene, perché un giorno possa aprirsi anche per noi la porta della gioia senza fine e della comunione eterna con Lui, quella pienezza di vita e di pace della quale oggi fra Giuseppe gode nella casa del Padre.
