50° anniversario di ordinazione sacerdotale di don Rino Farrugio – «TI BENEDICA DIO DA QUESTO ALTARE»

  1. Oggi la nostra Chiesa si raccoglie con gioia in questa casa delle carissime Suore del Sacro Cuore per celebrare il 50° anniversario di ordinazione sacerdotale di don Rino Farruggio. Cinquant’anni di fedeltà custodita nel tempo, di servizio alla Chiesa, di amore per il Vangelo e per il popolo santo di Dio: un cammino lungo e fecondo, attraversato nei diversi ambiti del ministero e sostenuto da una profonda sensibilità spirituale e creativa. Don Rino è, infatti, un sacerdote che ha saputo farsi anche artista, poeta e cantore, annunciando la fede attraverso la bellezza e raggiungendo il cuore delle persone con il linguaggio universale dell’arte. Oggi rendiamo grazie al Signore per il dono della sua vita e del suo ministero, affidando al suo amore il cammino che ancora lo attende.
  1. Nella prima lettura di oggi gli Apostoli ci consegnano il cuore della testimonianza cristiana: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Non è una semplice dichiarazione, ma l’espressione di un’urgenza che scaturisce dal profondo del cuore. Gli Apostoli non parlano per dovere, ma per una necessità interiore: hanno incontrato Cristo Risorto (cf. Lc 24,34), hanno visto la vita vincere la morte (cf. 1Cor 15,54-57), hanno ascoltato una Parola che salva (cf. Gv 6,68). E per questo non possono tacere. Parlano davanti ai potenti di questo mondo (cf. At 4,5-12), e tuttavia non hanno timore (cf. Mt 10,28), perché ciò che hanno visto e ascoltato è più forte di ogni paura. In questa esperienza si manifesta il dinamismo più autentico della vita cristiana e, in modo del tutto particolare, di quella sacerdotale: un incontro che si fa annuncio, una grazia che diventa voce. È questa stessa luce che ha illuminato e guidato il cammino di don Rino in questi cinquant’anni; è questo il dinamismo che sostiene la vita di ogni sacerdote che, radicato nell’incontro vivo con Cristo, diventa testimonianza luminosa e contagiosa del Vangelo.
  1. In don Rino questa testimonianza si è fatta anche voce, poesia e canto, trasformando il linguaggio musicale in un autentico strumento di evangelizzazione. Attraverso di esso ha saputo narrare il Vangelo in modo nuovo, raggiungendo sensibilità e domande che, talvolta, le sole parole non riescono ad intercettare. Le sue canzoni e i suoi musical non sono mai stati espressione di una creatività fine a sé stessa, ma strumenti posti al servizio dell’annuncio: un linguaggio che, quando è autentico, favorisce l’incontro tra il Vangelo e l’esperienza umana, rendendolo vivo nella concretezza della storia personale e comunitaria.
  1. Basti pensare ai numerosi brani da lui composti, così come a progetti più ampi e articolati quali l’album Christi Passio, Prete senza scorta, Mi abita il futuro, Maria sempre, dedicati a onorare la memoria di don Pino Puglisi, di Giorgio La Pira o della Beata Maria Schininà. Si tratta di opere concepite come veri e propri percorsi, curate con attenzione sia sotto il profilo teologico sia nell’espressione musicale, profondamente radicate nella Sacra Scrittura e nel vissuto concreto della Chiesa. Ne emerge un intreccio serio e rigoroso tra Parola di Dio, esperienza ecclesiale e linguaggio artistico, che si traduce in forme capaci di esigere un ascolto attento e una partecipazione interiore, accompagnando l’ascoltatore in un cammino che coinvolge la vita, la memoria e la responsabilità personale. È proprio in questa prospettiva che si manifesta il dinamismo autentico dell’evangelizzazione: ciò che nella fede è stato “visto e ascoltato” non resta confinato nell’esperienza individuale, ma si fa canto, prende forma sonora e diventa comunicazione condivisa. La musica si rivela così come un autentico luogo teologico, in cui l’annuncio non viene banalizzato, ma reso accessibile; un linguaggio capace di interpellare insieme l’intelligenza e il cuore della persona. Permettetemi, a questo punto, di condividere anche un ricordo personale. Quando ero giovane seminarista, imparai a suonare la chitarra e l’organo proprio sulle canzoni di don Rino. In quegli anni erano molto diffuse anche le composizioni di altri autori della musica religiosa; eppure avvertivo una particolare attrazione per sue opere. Non le percepivo come semplici “canzonette” nello stile sanremese, ma come autentici brani d’autore: composizioni che, per profondità, qualità artistica e verità esistenziale, possono essere accostate a quelle dei grandi cantautori. Non semplici canzoni, dunque, ma espressioni nate da un pensiero maturo, da una fede pensata e vissuta, capaci di parlare in modo diretto e, al tempo stesso, profondamente incisivo. Oggi ripenso con gratitudine a quel tempo di formazione in seminario, quando muovevo i primo passi nel cammino verso il ministero sacerdotale. Mai avrei immaginato che il Signore, nel mistero del suo disegno, mi avrebbe chiamato al ministero episcopale proprio nella diocesi di Ragusa, dove don Rino è uno dei presbiteri. È bello riconoscere come il Signore abbia saputo intrecciare i nostri percorsi, facendo di quell’esperienza giovanile quasi una preparazione silenziosa a un incontro e a una comunione che oggi viviamo, con don Rino, nell’unico Presbiterio diocesano.
  1. Il Salmo responsoriale di oggi ci ha consegnato una parola forte e provocante: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo» (Sal 118,22). È la logica di Dio, sorprendente e sempre nuova, che capovolge i criteri umani (cf. Is 55,8-9): ciò che gli uomini scartano, il Signore lo sceglie e lo pone a fondamento. In questi giorni abbiamo contemplato questa logica nel mistero pasquale di Gesù Cristo: rifiutato (cf. Gv 1,11), condannato (cf. Mc 15,15) e crocifisso (cf. Lc 23,33), Egli è divenuto, nella risurrezione, la pietra angolare su cui Dio ricostruisce la speranza dell’umanità (cf. Ef 2,20). Questa parola risuona con particolare intensità anche alla luce della vicenda artistica di don Rino. Non di rado, parlando di lui, mi è capitato di sentire riecheggiare – anche da parte di diversi confratelli – l’espressione evangelica: «Nemo propheta in patria sua» (Lc 4,24; cf. Gv 4,44). E, in effetti, a fronte del riconoscimento e dell’apprezzamento che la sua produzione artistica ha ricevuto ben oltre i confini locali, si coglie talvolta la percezione che, in ambito diocesano, non sempre sia stato colto fino in fondo il valore della sua esperienza e del suo contributo.
  1. Eppure, ciò che egli ha realizzato si presenta, senza dubbio, come un’opera artistica seria e rigorosa, frutto di studio, di riflessione e di una fede maturata nel tempo: un lavoro ricco di contenuto teologico e spirituale, capace di parlare al cuore e, nello stesso tempo, di formare le coscienze. Per questo oggi, accanto alla gratitudine, avvertiamo anche una responsabilità: non limitarci a esprimere parole di apprezzamento, ma riconoscere, valorizzare e far fruttificare il dono di don Rino. C’è un debito di gratitudine che attende di essere colmato. Forse possiamo – e dobbiamo – iniziare proprio da qui: accogliendo con maggiore convinzione il suo repertorio nelle nostre liturgie, nei nostri incontri, nei percorsi formativi dei giovani e nella vita quotidiana delle nostre comunità. Non si tratta di un semplice tributo formale, ma di una scelta pastorale concreta, capace di dare spazio a un dono già offerto alla Chiesa e che attende ancora di essere pienamente accolto e condiviso.
  1. Nel Vangelo proclamato, i discepoli incontrano il Risorto sulla riva del lago (cf. Gv 21,1-14), ma non lo riconoscono subito (cf. Gv 21,4). È attraverso un gesto semplice e concreto – il pane spezzato e condiviso (cf. Gv 21,13), – che i loro occhi si aprono e il cuore si dispone ad accogliere la sua presenza. Il Signore si manifesta in un segno umile e quotidiano, e tuttavia densissimo di significato: un gesto che rende visibile e riconoscibile l’amore (cf. Gv 13,1). Si può cogliere, in questa dinamica, una profonda analogia con il linguaggio musicale. Il pane nutre il corpo; la musica, in modo analogo, nutre l’interiorità. Il pane è segno di comunione; così anche la musica genera comunione, unisce le persone in un’esperienza condivisa e le introduce in una stessa “risonanza” interiore. Come quel «pane bianco spezzato per amore» e quel «vino dolce versato per amore» rendono presente il Risorto, così la bellezza della musica, quando è abitata dalla fede, può divenire via privilegiata per intuire, riconoscere e custodire quella stessa presenza: una presenza che «risveglia la vita nel fondo del cuore» e lo apre alla lode, fino a trasformare ogni nota in un’eco di comunione e di fede. È così che diventa possibile dire, con verità rinnovata: «La mia Pasqua è il Signore, a lui voglio cantare».
  1. Carissimo don Rino, grazie per questi cinquant’anni di ministero sacerdotale. Grazie per aver saputo coniugare sacerdozio e arte, annuncio e creatività, fede e bellezza. Grazie per aver seminato parole e musiche che non si sono disperse, ma che continuano a risuonare, a custodire memoria, a generare fede. Grazie per averci aiutato a comprendere che il Vangelo non è una realtà statica, ma un dono vivo, che chiede di essere continuamente annunciato, cantato, vissuto e trasmesso con linguaggi capaci di parlare al cuore dell’uomo di oggi. Il Signore, che ti ha chiamato e sostenuto in questi anni, continui a benedirti e a rendere fecondo il tuo ministero. E la tua voce possa ancora risuonare a lungo, limpida e fedele, testimoniando la gioia di aver incontrato Cristo e di non poterla tacere. In un augurio corale, che si leva dal Vescovo, dai confratelli presbiteri e da tutta la Chiesa diocesana, ti esprimiamo la nostra gratitudine e il nostro affetto, dicendoti:

 

Ti benedica Dio

Ovunque tu cammini

Se siedi e ti assereni

Se stanco ti abbandoni.

Ti benedica Dio

Dia forza alle tue mani

E quanto ti ha affidato

Lo possa custodire.

Sia stabile il tuo cuore

Sereno il tuo pensare

Consiglia con timore

Deciso nel parlare.

 Ti benedica Dio da questo altare.

Ti benedica Dio da questo altare.

Amen.