Solenne Pontificale di Natale – Nel desiderio di Dio il Natale dell’uomo

  1. Cari fratelli e sorelle, celebriamo con intima e profonda gioia il grande mistero dell’amore di Dio. Per noi e per la nostra salvezza il Figlio eterno del Padre è disceso dal cielo, ha assunto la nostra carne nel grembo della Vergine Maria e si è fatto uomo.
    Con la nascita del Figlio, l’eternità irrompe nel tempo e lo trasfigura: Dio entra nella storia dell’uomo, ne assume le fragilità e ne illumina il cammino. In Cristo, il tempo non è più soltanto il susseguirsi dei giorni, ma diventa luogo di salvezza, spazio in cui l’amore eterno del Padre si fa vicino, visibile e accessibile a ciascuno di noi.
  2. I testi della Scrittura che abbiamo ascoltato ci descrivono questo straordinario evento da prospettive diverse, come se ci aprissero più porte verso lo stesso mistero di salvezza.
    Il profeta Isaia annuncia una salvezza universale, destinata a tutti, senza eccezioni: «Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (Is 52,10). Dio non salva solo pochi eletti, ma ogni uomo e ogni donna, di ogni tempo e di ogni luogo.
    La Lettera agli Ebrei ci offre una prospettiva più teologica e contemplativa: ci presenta il Figlio come «irradiazione della gloria di Dio e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3), colui per mezzo del quale tutto è stato creato e che, nella pienezza dei tempi, entra nella storia condividendo fino in fondo la nostra condizione umana.
    Il Vangelo di Giovanni, infine, ci conduce al cuore stesso del mistero: Colui che si è fatto carne è il Verbo stesso di Dio (Cfr. Gv 1,14). In lui la promessa si fa storia e l’amore eterno di Dio si rende visibile e tangibile.
  3. Questa notte abbiamo ascoltato il racconto della Natività secondo Luca, con la scena semplice e familiare della grotta, dei pastori, degli angeli. Oggi, invece, la Chiesa ci invita a uno sguardo più profondo, proponendoci il Prologo di Giovanni, una delle pagine più alte e solenni di tutta la Scrittura. È un testo che non descrive il «come» della nascita di Gesù, ma ci aiuta a rispondere alla domanda decisiva: chi è davvero il Bambino del presepe?
    Per comprenderlo, san Giovanni ci invita ad allargare lo sguardo, a risalire «al principio». Ma questo “in principio” non indica soltanto l’inizio del tempo: ci conduce oltre il tempo, nella vita stessa di Dio, dove il Verbo già esisteva, pieno di grazia e di luce, prima di ogni creatura. Qui scopriamo che quel Bambino nella mangiatoia non è solo un neonato tra gli uomini: è il Logos, la Parola eterna di Dio che viene ad abitare tra noi.
  4. «Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος» – scrive infatti l’evangelista – «In principio era il Logos» (Gv 1,1). Ai destinatari del Vangelo di Giovanni, immersi nella cultura greca, il Logos – termine che noi traduciamo con “Verbo” – evocava il principio razionale che dà senso a tutto, la chiave per comprendere la realtà, la ragione ultima dell’esistenza. Giovanni compie allora un’operazione teologica audace e sconvolgente: afferma che questo Logos, che la filosofia cercava come principio astratto e immateriale, si è fatto carne. Colui che “era” da sempre ora “diviene” (“ἐγένετο”): entra nella storia, assume la nostra umanità.
    La parola “carne” (“σὰρξ”), tuttavia, non indica solo il corpo, ma tutta la fragilità, la precarietà e la vulnerabilità dell’esistenza umana. Potremmo dire: il Verbo si è fatto fragilità. Il Tre volte Santo si espone alla povertà, alla fatica, alla solitudine, al pianto, persino alla morte. La lettera agli Ebrei esprime con parole straordinarie questa verità: «Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15).
  5. Qui risiede la sconvolgente originalità della fede cristiana: noi crediamo in un Dio che accetta di essere fragile per amore.
    Questo è il cuore del Natale. La logica di Dio rovescia la logica umana. Noi cerchiamo la forza, il potere, la visibilità; Dio sceglie l’umiltà, il nascondimento, la piccolezza. Noi vorremmo occupare il posto di Dio, accade invece il contrario: Dio prende il nostro posto. Non si impone con la forza, ma chiede solo di essere accolto. Viene senza apparente potenza, perché desidera abitare il cuore dell’uomo.
    Alcuni filosofi moderni – come Feuerbach, Marx, Freud – hanno interpretato la religione come una proiezione dell’uomo su Dio. Il mistero del Natale ci mostra invece l’esatto contrario: è l’uomo a essere “proiezione” di Dio, frutto del suo desiderio e del suo amore.
  6. I Padri della Chiesa amavano esprimere questo mistero con parole forti e suggestive: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio» (cf. Sant’Atanasio, De Incarnatione Verbi, 54, 3). Non nel senso della superbia o della presunzione che pretende di sostituirsi a Dio – atteggiamento che ha generato tante ferite nella storia – ma di una partecipazione reale alla vita divina, resa possibile dall’amore. Dio si è fatto come noi per farci come Lui.
    Il Natale, allora, non è una festa rassicurante. È una festa che provoca, sorprende, converte. Se Dio ha accettato di cambiare il suo modo di essere per amore nostro, come potremmo noi sottrarci al compito di cambiare il nostro modo di vivere per amore dei fratelli?
  7. Proprio perché il Natale è un evento così straordinario, capace di trasformare la realtà più profonda dell’uomo, la Chiesa invita a riconoscerne la gioia che esso porta. San Leone Magno, nel celebre sermone natalizio proclamato nella liturgia di questa notte, ci ha ricordato: «Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la Vita» (Sermo 1, In Nativitate Domini).
    È la gioia di Maria, che custodisce e medita nel cuore ogni parola e gesto di Dio (cf. Lc 2,19); è la gioia dei pastori, che tornano glorificando e lodando Dio per ciò che hanno visto e udito (cf. Lc 2,20); è la gioia di chi si sente raggiunto da una salvezza che abbraccia tutti e non esclude nessuno.
    Anche Isaia, nella prima lettura, ci fa percepire questa stessa gioia incontenibile: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza» (Is 52,7). La gioia del Natale, infatti, è inseparabile dall’annuncio e dalla condivisione della salvezza. Chi è raggiunto dall’amore di Dio non può restare fermo, ma è chiamato a correre per portare la buona notizia agli altri, diventando a sua volta messaggero di pace e di gioia.
  8. Una delle sfide più grandi per noi cristiani è proprio questa: rendere belli i nostri piedi per farci messaggeri di buone notizie. Piedi “belli”, capaci di rendere le buone notizie più attraenti di quelle cattive; piedi “belli”, in grado di correre più veloci dei profeti di sventura.
    Da duemila anni, la Chiesa non annuncia semplicemente “una” buona notizia, ma “la” Buona Notizia: il Vangelo, il Verbo fatto carne, la luce che splende nelle tenebre (cf. Gv 1,5). Un Dio che si abbassa fino a farsi uomo, una vita eterna che si dona nel tempo, per aprire anche a noi, essere mortali, la porta dell’eternità.
    E noi, siamo davvero capaci di “fare notizia” con questo annuncio? Siamo in grado di trasmettere gioia in un mondo saturo di cattive notizie? Non basta pronunciare parole belle o fare gesti appariscenti: ciò che rende i nostri piedi “belli” è la testimonianza autentica, la coerenza tra ciò che diciamo e ciò che viviamo, l’amore che rende visibile la presenza di Dio tra gli uomini.
  9. Fratelli e sorelle, in un mondo ferito e spesso sfiduciato, il Vangelo rimane la Buona Notizia per eccellenza: Dio è con noi, Dio è per noi, Dio non ci abbandona mai (cf. Mt 1,23; Rm 8,31). Esiste tanto bene nel mondo, ma spesso resta nascosto, non fa notizia. Tocca a noi renderlo visibile, credibile, contagioso.
    Chiediamo allora la grazia di vivere questo Natale non come una parentesi, ma come un vero e proprio inizio. Lasciamoci illuminare dalla luce di Cristo, riempire dalla sua gioia, trasformare dalla sua umiltà.
    Il Natale ci affida una missione: trasmettere l’essenza stessa del cristianesimo, che è amore, gioia, pace. Non solo oggi, ma ogni giorno, attraverso una vita capace di chinarsi sulle ferite degli uomini, così come Dio si è chinato sulle ferite dell’umanità.
  10. Lo scrittore Dino Buzzati, in un suo racconto, immagina tanti piccoli diavoli sparsi per il mondo a tentare gli uomini. La sera di Natale sono tristi e scoraggiati, e il loro istruttore chiede il motivo: «Oggi – dicono – è stato un fallimento, gli uomini sono diventati improvvisamente buoni e generosi». L’istruttore, però, con un sorriso, li rassicura: «State tranquilli, domani torneranno tutti come prima».
    Il mio augurio è che questo Natale ci aiuti a smentire quella previsione. Possa, invece, ciascuno di noi riscoprire la gioia di essere cristiani, la gioia di sapere che qui, ogni domenica, incontriamo Dio, lo ascoltiamo e ci nutriamo di Lui nel pane eucaristico. Solo così troveremo la forza di testimoniare il suo amore non solo oggi, ma ogni giorno, sempre. Buon Natale!