Rito di Ammissione tra i candidati al diaconato e al presbiterato dei seminaristi Andrea Occhipinti e Mattia Mazza – Servite Domino in laetitia
- Cari fratelli e sorelle, carissimi formatori e seminaristi del Seminario interdiocesano Regina Apostolorum di Catania, è con profonda gioia che ci ritroviamo a vivere questo momento di grazia, non solo per i nostri due seminaristi, Andrea e Mattia, ma per l’intera Chiesa di Ragusa.
Desidero innanzitutto esprimere la mia sincera riconoscenza al Rettore e all’intera équipe formativa del Seminario, per il servizio generoso e instancabile con cui accompagnano i nostri giovani lungo il cammino della vocazione sacerdotale. Il vostro impegno – paziente, competente e profondamente ecclesiale – è un vero strumento della grazia di Dio. Grazie di cuore per la dedizione, la cura e la testimonianza quotidiana che offrite al Seminario e alla Chiesa.
Un saluto affettuoso rivolgo ai genitori e ai familiari di Andrea e Mattia, ai gruppi parrocchiali, ai confratelli presbiteri e ai nostri carissimi diaconi. La vostra presenza dice che ogni vocazione nasce e cresce dentro una rete di relazioni: la vocazione non è mai un cammino solitario, ma sempre frutto di un contesto di amore, accompagnamento e sostegno. - Questo rito – che ha sostituito l’antico rito della vestizione – rivela già nel suo stesso nome la sua profondità: Rito di ammissione tra i candidati al diaconato e al presbiterato. Esso non segna un punto d’arrivo, ma costituisce una tappa fondamentale del vostro cammino. Non è un traguardo raggiunto, ma un passaggio decisivo: siete, per così dire, a metà strada. Da un lato prosegue il tempo del discernimento e della verifica; dall’altro si intensifica il percorso di accompagnamento vocazionale in vista del ministero diocesano a cui vi preparate.
Per questo la Chiesa vi chiede oggi maturità, gratitudine e consapevolezza: maturità, nel riconoscere la grandezza e la delicatezza del dono; gratitudine, per una chiamata sempre immeritata e sorprendente; consapevolezza, che ciò che comincia a delinearsi in voi non nasce dalla vostra iniziativa, ma dal desiderio di Dio e dal servizio al suo Popolo. - In questa celebrazione desidero affidarvi tre parole, semplici nella forma, ma profondamente esigenti nella sostanza, affinché possano guidarvi nel cammino che vi attende: gioia, umiltà e fedeltà. Parole che nascono nell’alveo della liturgia di questa Domenica Gaudete e che risuonano in sintonia con la ricchezza della Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato. Possano esse diventare per voi un orientamento costante nel ministero che oggi inizia a delinearsi e accompagnarvi nel vostro percorso di discernimento vocazionale verso il sacerdozio ministeriale.
- Innanzitutto: gioia. Oggi la liturgia ci invita a rallegrarci. Isaia ci esorta: «Rallegrati, esulta con tutto il cuore, Gerusalemme!» (Is 35,1). Ma questa gioia non è una semplice emozione né uno stato d’animo passeggero: è la gioia che nasce dall’incontro con Dio, capace di trasformare il cuore e di rendere fertile il deserto della nostra vita. È la gioia che sostiene nei momenti di prova, che dà forza quando la fatica si fa sentire, che illumina i nostri passi e ci spinge ad andare avanti con coraggio. È la gioia che sgorga dalla certezza della fedeltà di Dio, dalla fiducia che egli compie le sue promesse (cfr. Sal 33,4) e opera nella nostra storia, anche quando noi non ce ne accorgiamo.
- La gioia è il segno più concreto e tangibile dell’azione di Dio nel cuore: è il vero termometro della vocazione. Quando la gioia dimora in voi, significa che il vostro cuore batte all’unisono con il ritmo di Dio. Quando, invece, sembra affievolirsi, è il segnale che occorre tornare a Lui, lascarvi nuovamente raggiungere dal suo sguardo e rinnovare l’incontro con la sua presenza. E se un giorno il Signore vi chiamasse al ministero sacerdotale, ricordate: quella gioia dovrà diventare la vostra prima predicazione. Gli uomini riconoscono Dio non solo nelle parole che pronunciate, ma nella luce che traspare dai vostri occhi, nella serenità che vi accompagna, nella speranza che sapete comunicare anche nelle prove. Un sacerdote che custodisce la gioia del Signore diventa un “segno” vivente, capace di guidare gli altri verso l’incontro con Dio.
- A questo proposito risuonano come una vera consegna le parole di Papa Leone, rivolte ai partecipanti all’Incontro internazionale dei sacerdoti dello scorso mese di giugno: «Ricordate a tutti – disse – che è bello essere sacerdoti, e che ogni chiamata del Signore è anzitutto una chiamata alla sua gioia. Non siamo perfetti, ma siamo amici di Cristo, fratelli tra di noi e figli della sua tenera Madre Maria, e questo ci basta» (Discorso ai sacerdoti, giugno 2025).
È una consegna preziosa e impegnativa. La gioia è il primo annuncio del sacerdote, il segno più eloquente e credibile del suo ministero; è il dono che rende la sua vita trasparenza viva della presenza di Cristo nel mondo. Per questo il mio augurio per voi è che la gioia del Signore vi accompagni sempre, che diventi la vostra forza nel cammino quotidiano e il dono più bello che saprete offrire alla Chiesa e ai fratelli. - Il Vangelo di oggi ci conduce al cuore della seconda parola che desidero consegnarvi: l’umiltà. Gesù afferma: «In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,11). È una parola paradossale, che sovverte radicalmente i criteri umani di grandezza. Nel Regno di Dio, infatti, non conta il ruolo ricoperto, i risultati raggiunti o il successo conseguito. La vera grandezza si misura piuttosto nella capacità di decentrarsi, di fare spazio a Dio, di vivere in un atteggiamento di docilità profonda e di affidamento totale.
- Giovanni è grande proprio perché è totalmente decentrato da sé stesso: non trattiene nulla per sé, non cerca riconoscimenti, non difende un’immagine. Tutta la sua esistenza rimanda a un Altro. Per questo sant’Agostino può affermare che «l’umiltà è la dimora di Dio nell’uomo» (cf. Serm. 117): là dove l’uomo si abbassa, Dio trova finalmente spazio per abitare.
Sulla stessa linea, san Bernardo ricorda che «nulla è più conforme all’uomo dell’umiltà, perché nulla è più vero» (De gradibus humilitatis, prol.). L’umile non recita una parte, non costruisce un personaggio, non vive di apparenze o di maschere. Vive nella verità del proprio limite e, insieme, nella verità della grazia che lo sostiene. È in questa verità abitata che l’uomo diventa davvero grande agli occhi di Dio. - Mattia e Andrea, la vostra vocazione vi chiama a camminare proprio in questa direzione: non verso l’alto, ma verso il basso. La logica di Dio, soprattutto per chi è chiamato al ministero, è la logica del servizio, dell’ascolto e della docilità. Il ministero non si edifica in altezza, ma in profondità. È come una casa fondata sulla roccia (cf Mt 7,24-25): resiste solo se le fondamenta scendono sotto la superficie. Senza umiltà, nulla rimane; con l’umiltà, tutto è possibile.
L’umiltà sarà la chiave per rimanere veri, liberi e gioiosi. Vi insegnerà ad accogliere la formazione, a lasciarvi guidare dai vostri formatori, a riconoscere che il Signore opera nel profondo, secondo tempi che spesso non coincidono con i vostri desideri, ma che sono sempre più sapienti e più fecondi. Vi farà scoprire, come affermava santa Teresa di Lisieux, che «tutto è grazia» (Storia di un’anima, 7,5) e che nulla vi appartiene, perché tutto vi è stato donato.
Coltivate allora questa umiltà nella quotidianità della vita del Seminario: nella preghiera fedele, nella fraternità concreta, nell’obbedienza semplice e fiduciosa. Così, come Giovanni Battista, anche voi scoprirete che si diventa davvero grandi solo quando ci si lascia plasmare e guidare dall’Amore che viene dall’Alto. - Infine, la terza parola che desidero consegnarvi è fedeltà. L’apostolo Giacomo ci offre un’immagine al tempo stesso semplice e profondamente spirituale: «Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina» (Gc 5,7-8). La vita cristiana – e, ancor più, il cammino ministeriale – non si sviluppano lungo traiettorie lineari né percorrono scorciatoie immediate: sono processi lenti che esigono perseveranza, pazienza e fedeltà quotidiana.
Come l’agricoltore che lavora la terra con cura e attende, con fiducia, le stagioni necessarie perché il frutto giunga a maturazione, così anche la vostra vocazione cresce nel tempo, attraverso la preghiera quotidiana, lo studio assiduo, la formazione spirituale e il servizio generoso. - Andrea e Mattia, la fedeltà si costruisce nei piccoli “sì” di ogni giorno, in un’adesione umile e perseverante alla volontà di Dio, anche quando i frutti sembrano tardare o quando il terreno appare arido. San Tommaso d’Aquino osserva che «la perseveranza nella virtù è ciò che perfeziona l’anima e la rende stabile nel bene» (Summa Theologiae II-II, q.123, a.1). È proprio questa stabilità interiore che vi permetterà di custodire nel tempo le promesse fatte al Signore e alla Chiesa, di rimanere nella gioia e nell’umiltà, senza lasciarvi vincere dalle inevitabili fatiche del ministero.
In tale orizzonte, la fedeltà si manifesta come il luogo in cui gioia e umiltà trovano la loro consistenza: la gioia illumina il cammino, l’umiltà ne scava la profondità; ma è la fedeltà che rende stabile e fecondo il percorso che state iniziando, consentendovi di diventare ministri autentici, affidabili e credibili. - Custodite, dunque, queste tre parole – gioia, umiltà e fedeltà – come compagne inseparabili del vostro cammino. Siate uomini di gioia, perché chi ha incontrato Cristo non può che irradiare la sua luce, diventando segno di consolazione e speranza per il popolo di Dio. Siate uomini di umiltà, consapevoli della vostra fragilità e, proprio per questo, totalmente affidati alla forza trasformante dello Spirito, che opera in voi ben oltre che potete immaginare o realizzare. Siate uomini di fedeltà, perseveranti nella preghiera, saldi nel servizio quotidiano, radicati nell’amore di Cristo, così da portare frutto duraturo nella vita della Chiesa e nel cuore delle persone.
Così, la vostra esistenza e il vostro ministero diventeranno un segno vivo della presenza di Dio nel mondo; e il cammino che oggi iniziate, sostenuto dal “sì” della Chiesa, fiorirà in benedizione, consolazione e speranza per molti. Amen.
