Precetto natalizio Interforze – Quando il servire va oltre il dovere
- Carissimi fratelli e sorelle, autorità civili e militari, uomini e donne in divisa, oggi ci ritroviamo nella nostra Cattedrale per celebrare insieme il mistero del Natale: un Dio che si è fatto uomo e ha scelto di entrare nella nostra vita quotidiana, realizzando la promessa antica di un Dio che non resta lontano, ma si fa vicino alla sua creatura. Non un Dio distante, chiuso in un cielo irraggiungibile, ma uno che scende fino a noi, condividendo le nostre gioie e le nostre fatiche, aprendo per tutti un cammino nuovo di speranza e di pace.
- Oggi, voi che indossate uniformi diverse e avete scelto di dedicare la vostra vita alla sicurezza, alla giustizia e alla tutela della comunità, siete chiamati a riconoscere, dentro questo mistero, la vicinanza concreta di Dio. Egli non resta ai margini della vostra esistenza, non osserva da lontano il vostro servizio, ma entra nei luoghi più reali e talvolta più faticosi del vostro impegno quotidiano: nei turni notturni, nelle scelte difficili, negli interventi complessi, in quei momenti in cui il peso della responsabilità si fa più gravoso.
Con cuore grato e colmo di speranza, viviamo questa celebrazione affidando al Signore il vostro servizio. Gli chiediamo di sostenere le vostre fatiche, di illuminare le vostre scelte e di rendere sempre più efficace e feconda la vostra missione, perché attraverso di essa il bene comune sia custodito, la dignità di ogni persona rispettata e la pace costruita giorno dopo giorno. - Viviamo in un mondo profondamente ferito. Il nostro tempo conosce progressi tecnologici straordinari, ma non sempre questi rendono l’uomo più umano, capace di custodire la vita. Le guerre che ancora insanguinano la storia sono ferite aperte nel corpo dell’umanità: città distrutte, famiglie spezzate, bambini privati dell’infanzia e costretti a crescere sotto il fragore delle bombe. A queste guerre visibili se ne affiancano altre, meno eclatanti ma altrettanto devastanti, che costringono milioni di persone a lasciare la propria terra non per scelta, ma per necessità, spesso trovando porte chiuse e indifferenza.
Queste ferite ci raggiungono da vicino. Le vediamo sulle coste della nostra isola, nei volti stremati dei migranti che approdano dopo traversate dolorose nel Mediterraneo. Le incontriamo anche qui, nel nostro territorio di Ragusa, nelle tante fragilità della vita quotidiana: famiglie che faticano a far quadrare il bilancio, giovani disorientati e senza prospettive, situazioni di disagio sociale, lavoro irregolare e sfruttamento, solitudini silenziose ma profonde. Sono ferite che spesso non fanno notizia, ma che voi le conoscete bene, perché le incontrate ogni giorno nel vostro servizio. - La Parola di Dio, tuttavia, oggi ci spalanca l’orizzonte della speranza. Il profeta Geremia si rivolge a un popolo ferito e smarrito, deluso dalle proprie infedeltà e segnato dall’umiliazione della sconfitta e dell’esilio. Ed è proprio dentro questa condizione di fragilità e di fallimento che risuona una promessa inattesa: «Farò germogliare per Davide un germoglio giusto» (Ger 23,5).
Non è l’annuncio di un ritorno nostalgico al passato, né la promessa di una restaurazione illusoria del potere, ma la rivelazione di una novità radicale: un re diverso, un pastore secondo il cuore di Dio. Un pastore che non domina ma custodisce, che non sfrutta ma protegge; che non schiaccia con il giudizio, ma rialza con la misericordia. È una Parola che non nega la fatica e il dolore, non li rimuove né li banalizza, ma li attraversa, aprendo nel buio della storia uno spiraglio di luce, una possibilità di futuro, una speranza che non delude. - Questa promessa interpella anche ciascuno di voi. Essa richiama un principio fondamentale: l’autentica autorità nasce dalla responsabilità verso la comunità; la vera sicurezza si fonda sulla cura e sulla protezione dei più deboli; il potere trova il suo significato più alto nel servizio; e la giustizia non si esaurisce nella mera applicazione della legge, ma si realizza pienamente nella tutela delle persone più fragili e nella promozione concreta del bene comune.
In questa prospettiva, il servizio si rivela come l’espressione più alta della dignità e della forza di un’istituzione. Servire significa generare fiducia, rafforzare la coesione sociale e contribuire a rendere la convivenza civile più umana e solidale. È proprio attraverso questo servizio quotidiano – spesso silenzioso e talvolta esposto al rischio – che l’impegno delle autorità civili e delle forze dell’ordine offre un contributo decisivo alla costruzione di una società più giusta, più sicura e più autenticamente umana. - La pagina del Vangelo ci consegna la figura di Giuseppe, uomo giusto, che vive la fedeltà e la responsabilità nel silenzio. A lui l’angelo rivolge una parola decisiva: «Non temere» (Mt 1,20). È un invito che non elimina l’oscurità del momento, ma apre uno spazio di fiducia dentro l’incertezza. Giuseppe non cerca visibilità, non pronuncia parole solenni, non compie gesti eclatanti. La sua risposta alla chiamata di Dio prende forma in scelte concrete e responsabili: accoglie una vita fragile, assume un compito gravoso, si affida a Dio anche quando il senso degli eventi non è immediatamente comprensibile.
In Giuseppe vediamo un uomo che esercita la responsabilità senza clamore, sostenuto da una fiducia profonda in Dio e da un cuore docile alla sua volontà.
In questa figura si riflette anche la responsabilità che ogni giorno grava sulle autorità civili e sulle donne e gli uomini delle forze dell’ordine. Il vostro servizio vi pone spesso di fronte a situazioni complesse, a decisioni difficili, a un carico di responsabilità che esige equilibrio, lucidità e senso del dovere. Il Vangelo di oggi non chiede l’assenza della fatica, né propone modelli irrealistici di perfezione; invita piuttosto a custodire il cuore, perché l’esercizio dell’autorità non perda mai il riferimento alla dignità della persona e al bene comune. - Il bambino che nasce a Betlemme è chiamato Emmanuele, “Dio-con-noi”. Questa presenza non resta confinata al mistero del Natale, ma accompagna anche il vostro servizio quotidiano: nelle scelte delicate, negli interventi complessi, nei momenti in cui il peso della responsabilità si fa più intenso e gravoso. Dio è con ciascuno di voi, al di là delle funzioni e delle appartenenze, e affida una responsabilità condivisa: essere presidio di legalità, ma anche segno concreto di umanità e di cura, soprattutto là dove la vita è più fragile, esposta e vulnerabile.
- Carissimi, il Natale non ci promette un mondo senza conflitti, ma ci dona uno sguardo nuovo per attraversarli con responsabilità, lucidità e discernimento.
Il vostro servizio nelle istituzioni civili e nelle forze dell’ordine, svolto con competenza, rettitudine e leale spirito di collaborazione, rappresenta una risposta concreta alle fragilità e alle ferite della nostra società. Anche quando non tutto trova immediata soluzione, anche quando il peso delle decisioni e delle responsabilità si fa gravoso, il bene seminato nel silenzio, nella fedeltà e nell’onestà non va perduto: resta e, nel tempo, porta frutto.
Affidiamo al Signore il vostro lavoro quotidiano, le vostre famiglie, le preoccupazioni che portate nel cuore e le sfide che siete chiamati ad affrontare. Chiediamo che il Natale rinnovi in ciascuno di voi la forza interiore, la pazienza, il senso del dovere e la speranza. E che l’Emmanuele, il Dio-con-noi, vi accompagni e vi custodisca sempre, perché possiate continuare a essere, nel nostro territorio e oltre, servitori del bene comune e custodi della vita, della giustizia e della pace. Buon Natale a ciascuno di voi.
