LO “VIDE” E LO CHIAMÒ – Festa di San Matteo Patrono della Guardia di Finanza

Carissimi fratelli e sorelle, carissimi uomini e donne della Guardia di Finanza, nella pagina evangelica che abbiamo ascoltato, san Matteo racconta in poche parole la propria chiamata: «Gesù, andando via di là, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì» (Mt 9,9). In questa breve frase è racchiusa una storia intera: uno sguardo, una chiamata, una risposta e l’inizio di una vita nuova.

Tutto comincia da quello sguardo: «Gesù vide un uomo» (Mt 9,9). Il verbo greco utilizzato da Matteo è eiden, dal verbo horaō, che significa vedere, ma anche riconoscere, accorgersi, fissare lo sguardo. Non si tratta, dunque, di una semplice percezione. È uno sguardo che si posa sulla persona, la riconosce nella sua realtà concreta e diventa già l’inizio di un incontro.

E questo è particolarmente significativo se pensiamo a chi è Matteo. È un pubblicano, un esattore delle imposte, una figura legata al sistema fiscale dell’amministrazione romana e per questo circondata da diffidenza e discredito. La sua professione lo colloca in una posizione socialmente e religiosamente compromessa.

Eppure è proprio lì, al banco delle imposte, che Gesù lo vede. Non lo incontra quando ha cambiato vita; non lo chiama quando ha già dimostrato di essere diventato migliore. Gesù non ignora la realtà di Matteo, ma la guarda in modo diverso: vede l’uomo prima ancora della sua condizione, vede una possibilità là dove altri vedono soltanto un’identità ormai definita.

E a quell’uomo dice semplicemente: «Seguimi» (Mt 9,9). Gesù non offre anzitutto a Matteo una teoria o un insieme di insegnamenti; gli offre una relazione e una strada da percorrere. E Matteo: «Si alzò e lo seguì».

Anche quel «si alzò» (Mt 9,9) è significativo. Il verbo greco anistēmi significa alzarsi, sorgere, mettersi in piedi, ed è lo stesso verbo utilizzato in diversi passi del Nuovo Testamento per indicare il sorgere e l’alzarsi, anche nel contesto della risurrezione (cfr. Mt 28,6-7; Mc 16,6). Gesù lo chiama e Matteo si alza, potremmo dire: risorge.

Il gesto è semplice, ma diventa quasi un’immagine di ciò che Cristo viene a compiere nella vita dell’uomo: lo chiama a non lasciarsi definire per sempre dal proprio passato, a rialzarsi e a rimettersi in cammino. Per questo possiamo dire che la vocazione di Matteo è, in qualche modo, una Pasqua in miniatura.

La grazia ricevuta non rimane un sentimento interiore: mette in movimento, genera una scelta, inaugura una sequela e trasforma concretamente l’esistenza. È la dinamica di ogni vocazione. Dio prende l’iniziativa e l’uomo è chiamato a riconoscere quella voce e a mettersi in cammino.

Ma proprio perché Matteo si è alzato e ha iniziato a seguire Gesù, la sua vita non rimane più soltanto una storia personale. Matteo porta Gesù nella sua casa e lì si ritrovano «molti pubblicani e peccatori» insieme a lui e ai discepoli (Mt 9,10). È un particolare tutt’altro che secondario. L’incontro con Gesù non chiude Matteo in una nuova esperienza individuale, ma apre la sua casa e la sua vita agli altri. Colui che è stato raggiunto dallo sguardo di Cristo diventa, quasi senza accorgersene, un tramite perché anche altri possano incontrarlo. La casa di Matteo diventa così il primo luogo della sua missione.

Ed è proprio attorno a quella tavola che emerge la domanda dei farisei: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?» (Mt 9,11). La questione non riguarda semplicemente un pasto.

Nel mondo biblico condividere la tavola significava esprimere vicinanza, relazione, accoglienza. Sedendosi a tavola con quelle persone, Gesù rende visibile il modo in cui Dio guarda l’uomo e sceglie di entrare nella sua storia.

E qui comprendiamo fino in fondo il senso di quello sguardo iniziale. Gesù aveva visto Matteo al banco delle imposte; ora lo vediamo seduto a tavola con Gesù e con altri uomini che, come lui, portano una storia segnata dalla fragilità e dal peccato.

Lo sguardo di Cristo non si è limitato a riconoscere Matteo: lo ha rimesso in piedi, lo ha condotto alla sequela e ha trasformato la sua stessa casa in un luogo di incontro.

Per questo la risposta di Gesù ai farisei costituisce il cuore della pagina: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12). E ancora, citando il profeta Osea: «Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9,13; cfr. Os 6,6). La misericordia è l’amore concreto e fedele con cui Dio rimane vicino all’uomo. È uno sguardo che non nega la verità della persona, ma proprio mentre la riconosce nella sua realtà, le apre un futuro.

È esattamente ciò che è accaduto a Matteo. Gesù lo ha visto nella sua realtà, lo ha chiamato, Matteo si è alzato, ha iniziato a seguirlo e la sua casa si è aperta agli altri. La misericordia ha trasformato la sua storia e l’ha resa una storia di vocazione e di missione: il pubblicano diventa discepolo, il discepolo diventa apostolo e l’apostolo diventa evangelista.

Carissimi, è proprio qui che la pagina evangelica acquista un significato particolare per voi, uomini e donne della Guardia di Finanza, che oggi celebrate e affidate a San Matteo il vostro servizio.

La figura di Matteo, uomo inserito nel mondo della fiscalità del suo tempo, offre un collegamento immediato con la vostra missione. Ma il Vangelo ci porta oltre la semplice analogia. Ci consegna anzitutto uno sguardo: quello di Gesù. Gesù «vide un uomo» (Mt 9,9). Prima di vedere un ruolo, una posizione, una condizione o una responsabilità, vide un uomo.

Il vostro servizio vi pone quotidianamente davanti a norme, controlli, responsabilità, decisioni e situazioni nelle quali è necessario coniugare competenza e rigore con equilibrio e senso umano. E dietro ogni norma, ogni controllo e ogni intervento ci sono sempre persone concrete, ciascuna portatrice di una dignità che merita rispetto.

Questo non significa indebolire la fermezza necessaria al vostro compito. Al contrario, significa ricordare il senso più profondo del servizio alla legalità: custodire il bene comune e contribuire a costruire una società nella quale le regole siano al servizio della convivenza, della correttezza e della responsabilità. È un compito che richiede professionalità e fermezza, ma anche misura, discernimento e attenzione alla persona.

In questo senso, il Vangelo di Matteo vi consegna un’immagine particolarmente preziosa: quella di uno sguardo che sa vedere la persona senza perdere di vista la responsabilità. Gesù vede Matteo nella sua verità, ma non lo riduce alla sua storia passata. Lo chiama, lo rialza e gli affida una strada nuova.

Anche il vostro servizio, nella necessaria fermezza che lo caratterizza, è chiamato a non perdere mai di vista la persona.

La giustizia e la legalità non si oppongono alla misericordia: quando sono vissute nella loro verità, possono concorrere insieme a costruire una comunità più umana, nella quale il rispetto delle regole e il rispetto della persona si sostengono reciprocamente.

Carissimi amici, oggi, nella festa di San Matteo, affidiamo al Signore voi, le vostre famiglie e quanti condividono con voi la responsabilità del servizio. Chiediamo per voi sapienza nelle decisioni, equilibrio nelle situazioni difficili, forza nelle prove e serenità nel compimento del vostro dovere. Chiediamo che possiate svolgere la vostra missione con professionalità e umanità, con fermezza e rispetto, sempre consapevoli del valore del bene che siete chiamati a custodire.

Sentitevi sostenuti dall’affetto e dalla preghiera del nostro popolo, protetti dallo sguardo d’amore e di misericordia del Signore, quello stesso sguardo che avvolse e cambiò la vita di San Matteo e che ora vi accompagna e vi sostiene nel vostro servizio, anche nei momenti difficili.

Alla materna protezione di Maria Santissima affido il vostro lavoro, mentre su di voi e sulle vostre care famiglie invoco di cuore la benedizione di Dio. Amen