Giubileo dei carcerati – Natale: storia di un Dio che ha “fede” nell’uomo

  1.  Signor Direttore, Signor Comandante, caro don Carmelo, cappellano di questa Casa, uomini e donne della Polizia Penitenziaria, personale dell’Amministrazione, volontari che con dedizione e discrezione prestate il vostro servizio, e voi tutti, fratelli e amici qui presenti, vi saluto con rispetto e con sincera gratitudine.
    Quella di oggi segna l’ultima celebrazione giubilare prima della conclusione dell’Anno Santo, che per le Chiese diocesane terminerà il 28 dicembre, mentre il 6 gennaio Papa Leone chiuderà a Roma la Porta Santa. Celebrarla qui, in questo luogo, conferisce a questo momento un significato e un valore particolari: è un segno eloquente della volontà della Chiesa di non dimenticare nessuno, di varcare le soglie dell’attesa e della prova, e di lasciarsi raggiungere da un messaggio di speranza, di consolazione e di rinnovata fiducia.
  2. L’incontro con voi, mentre ci prepariamo a celebrare il Natale, mi colma di gioia e mi suscita anche una sincera emozione. Posso immaginare ciò che si agita in questo momento nei vostri cuori. Sono giorni in cui il ricordo degli affetti più cari si fa più intenso, in cui il desiderio di potersi ritrovare nel calore e nell’intimità della propria casa – anziché tra queste mura che non potete non sentire estranee e fredde – si fa più forte. È una nostalgia profonda, a volte struggente, che attraversa l’animo e interpella la speranza.
  3. Eppure, proprio qui, fra queste mura, oggi il Signore vi viene incontro con il dono della sua presenza reale, come un Dio che entra nella vostra storia, si china sulle vostre vicende e si fa vicino alle vostre vite concrete. Egli vi raggiunge con un invito alla speranza: una speranza che riguarda voi e le vostre famiglie, capace di prendere il posto delle tante delusioni accumulate nel tempo e di rigenerare le attese con cui, nonostante tutto, continuate a guardare avanti.
    La vostra vita, anche quando è segnata dalla colpa o attraversata dalla sofferenza, custodisce una ricchezza di umanità che nulla e nessuno può cancellare.
  4. Cerco di immaginare – e non mi è difficile – i desideri che ciascuno di voi porta nel cuore. La Scrittura ci ricorda che «l’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore» (1Sam 16,7), e so che in nel vostro cuore abitano attese, ferite e speranze spesso inespresse. So bene che molte delle cose a cui aspirate, purtroppo, non rientrano nel mio potere concederle. Tuttavia sento di potervi offrire qualcosa che ha un valore profondo. Come uomo e come cristiano, desidero anzitutto donarvi la mia stima sincera per le vostre persone. E come sacerdote, offrirvi un aiuto per leggere il senso di questo tempo della vostra vita: un tempo certamente faticoso e doloroso, ma che può rivelarsi, a suo modo, capace di preparare un futuro diverso.
  5. Nei giorni scorsi, celebrando il Giubileo dei carcerati, Papa Leone XIV ha richiamato con forza il cuore del Vangelo, ricordando che nessuno deve andare perduto, che tutti siano salvati, perché questo è ciò che vuole il nostro Dio. Il Papa ha riconosciuto che il carcere è un ambiente difficile, dove anche i migliori propositi incontrano ostacoli reali. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Da ogni caduta ci si può rialzare, perchè nessun essere umano si identifica con il proprio errore. Per questo la giustizia, per essere davvero tale, non può limitarsi alla sanzione, ma deve essere sempre anche un cammino di riparazione, di riconciliazione e di speranza.
  6. Le letture che abbiamo ascoltato ci parlano di una speranza che nasce dentro la realtà – non al di fuori di essa – con tutte le sue ferite e le sue contraddizioni. Nella prima lettura incontriamo Giacobbe ormai anziano, che raduna i figli e li invita ad ascoltare (cfr. Gen 49). È la voce di un padre che ha attraversato la vita e ne conosce la complessità: una storia intrecciata di luci e di ombre, di cadute e di riconciliazioni. Giacobbe non censura il passato dei suoi figli, ma lo guarda in faccia con verità. Allo stesso tempo, però, non permette che siano gli errori a pronunciare l’ultima parola sulla loro esistenza.
    A Giuda, segnato da colpe evidenti e da scelte sbagliate, affida una promessa inattesa e persino scandalosa: «Non sarà tolto lo scettro da Giuda» (Gen 49,10). Da una storia ferita scaturisce una promessa regale. Da una vita imperfetta nasce una benedizione che guarda lontano.
    Dio non sceglie persone senza ferite per costruire un futuro; sceglie uomini e donne disponibili a lasciarsi rialzare e trasformare. La speranza biblica non nasce dall’assenza di colpa, ma dalla fedeltà di Dio, che non ritira mai la sua promessa. È questa fedeltà, e non la nostra perfezione, il vero fondamento della speranza.
  7. Anche il Vangelo di Matteo, con la genealogia di Gesù (cfr. Mt 1,1-17), potrebbe apparire a prima vista come un semplice elenco di nomi. In realtà è una potente confessione di fede nella speranza. Gesù non nasce dal nulla, ma da una storia concreta, spesso scomoda e segnata da contraddizioni. In quella genealogia incontriamo uomini fragili, re giusti accanto a re violenti, peccati gravi, fallimenti, l’esperienza drammatica dell’esilio; e donne segnate dal dolore, dallo scandalo o dal giudizio degli altri. Matteo non censura nulla, perché vuole dirci che Dio entra nella storia così com’è: la assume e la guarisce dall’interno.
    Gesù nasce da una genealogia imperfetta per rivelarci che nessuna storia è inutile per Dio e che nessuna vita è mai definitivamente perduta. Anche ciò che sembra fallimento o sconfitta può diventare luogo di salvezza. Questa è la promessa che Dio rivolge a ogni uomo e a ogni donna: Egli continua a scrivere la sua storia di salvezza proprio là dove noi vedremmo solo macerie.
  8. Il Giubileo è il tempo in cui Dio riapre le porte che l’uomo crede chiuse per sempre: porte interiori, chiuse dalla paura, dal peccato o dal dolore. E anche qui, dove tante porte sono fisicamente chiuse, il Vangelo proclama con forza che la porta della speranza resta sempre aperta.
    La speranza non cancella il passato, né attenua la responsabilità per le scelte compiute. Non nega le ferite, né rimuove le conseguenze del male. Essa, però, afferma qualcosa di più radicale e liberante: il passato non ha l’ultima parola. La genealogia di Gesù lo testimonia con limpida evidenza: Dio non si lascia scoraggiare dall’infedeltà e dalla fragilità dell’uomo. Anche la promessa rivolta a Giuda lo conferma: là dove tutto sembra compromesso, Dio continua ostinatamente a generare futuro, aprendo possibilità di conversione, di riconciliazione e di vita nuova.
  9. Fratelli carissimi, Gesù nasce in una genealogia segnata da fragilità e contraddizioni, per ricordarci che anche la nostra vita, con le sue imperfezioni e le sue ferite, può ancora generare frutti di bene e di speranza.
    Il Giubileo si conclude, ma la speranza non si chiude: rimane aperta, prezioso dono affidato alle nostre mani e insieme compito da vivere con fedeltà ogni giorno.
    Affidiamo al Signore questa casa, le vostre storie, le vostre famiglie, e chiediamogli una grazia semplice e decisiva: quella di non smettere mai di sperare, perché Dio non smette mai di credere in noi. Amen.