Giornata Diocesana del Malato – 11 Febbraio 2021

///Giornata Diocesana del Malato – 11 Febbraio 2021

XXIX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23,8).  La relazione di fiducia alla base della cura dei malati

La celebrazione della XXIX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio 2021, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, è l’appuntamento annuale propizio per riservare una speciale attenzione alle persone malate e a coloro che le assistono, sia nei luoghi di cura sia nelle famiglie da parte delle comunità parrocchiali e da parte di tutta la cittadinanza. Quest’anno il nostro comune pensiero va in particolare a quanti, in tutto il mondo, patiscono gli effetti della pandemia del Covid-19 che con la sua carica dirompente e devastante ha spazzato via le nostre certezze effimere, su cui abbiamo fondato la nostra quotidianità, ridefinendo il significato autentico e profondo della vita e della morte. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa.  Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. L’emergenza ha imposto delle regole, anche molto restrittive, per tutelare il bene primario della salute di tutti. Avendo allontanato i malati dai propri cari e da figure di prossimità, il personale sanitario si è trovato coinvolto in un ruolo duplice, quello cioè di esercitare la propria professione, ma anche di assistere e confortare oltre il proprio compito, per colmare il vuoto degli affetti lontani.

Medici, infermieri, operatori sanitari, assistenti religiosi e lo stesso personale delle imprese di pulizie non si sono sottratti e, in alcuni casi, hanno pagato con la vita questo slancio, questo afflato caritatevole verso il prossimo. Si sono prodigati per lenire le sofferenze, per alleviare il dolore e l’angoscia. Tutto ciò è stato fatto con dedizione e nell’anonimato. Il loro atteggiamento senza richiamare epiteti, quali eroi o angeli, è sicuramente stato esemplare, anche nelle difficoltà.

La pandemia, pure nella sua tragicità, ha fatto vibrare le corde più profonde della solidarietà, della fratellanza e dell’umanità.

Curare e prendersi cura sono confluiti in un’unica mission, ribadendo, nella molteplicità dei ruoli e delle competenze, la centralità della persona.

“Il tema di questa Giornata si ispira al brano evangelico in cui Gesù critica l’ipocrisia di coloro che dicono ma non fanno (cfr Mt 23,1-12). Quando si riduce la fede a sterili esercizi verbali, senza coinvolgersi nella storia e nelle necessità dell’altro, allora viene meno la coerenza tra il credo professato e il vissuto reale. Il rischio è grave; per questo Gesù usa espressioni forti, per mettere in guardia dal pericolo di scivolare nell’idolatria di sé stessi, e afferma: «Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (v. 8). La critica che Gesù rivolge a coloro che «dicono e non fanno» (v. 3) è salutare sempre e per tutti, perché nessuno è immune dal male dell’ipocrisia, un male molto grave, che produce l’effetto di impedirci di fiorire come figli dell’unico Padre, chiamati a vivere una fraternità universale. Davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù offre un modello di comportamento del tutto opposto all’ipocrisia. Propone di fermarsi, ascoltare, stabilire una relazione diretta e personale con l’altro, sentire empatia e commozione per lui o per lei, lasciarsi coinvolgere dalla sua sofferenza fino a farsene carico nel servizio (cfr Lc 10,30-35). L’esperienza della malattia ci fa sentire la nostra vulnerabilità e, nel contempo, il bisogno innato dell’altro. La condizione di creaturalità diventa ancora più nitida e sperimentiamo in maniera evidente la nostra dipendenza da Dio. Quando siamo malati, infatti, l’incertezza, il timore, a volte lo sgomento pervadono la mente e il cuore; ci troviamo in una situazione di impotenza, perché la nostra salute non dipende dalle nostre capacità o dal nostro “affannarci” (cfr Mt 6,27)”. (Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Malato – Paragrafi 1. e 2.)L’uomo è infatti un’unità inscindibile di spirito, anima e di corpo, e non va solo alleviato nelle tribolazioni, ma anche ascoltato e compreso, aiutato a trovare un senso a ciò che sta vivendo. Si può pertanto dire che la sofferenza innova senza sosta, pur nella consapevolezza della fragilità e della finitudine, il mondo dell’amore disinteressato, che si dischiude all’infinito, attraverso un percorso di fede, di speranza e di carità.

Tantissime sono le storie che potremmo citare, dalle caratteristiche molto simili, per la drammaticità dell’esperienza vissuta: il trovarsi a dover affidare ad una ambulanza un proprio caro, la sensazione angosciosa che quel saluto dato sarebbe stato anche l’ultimo, il senso di colpa per non poter fare nulla per lui, l’attesa estenuante di ricevere notizie, fino all’arrivo di “quella” telefonata, che non si vorrebbe mai ricevere, con il verdetto di morte. A quel punto dovrebbe iniziare quella fase che normalmente fa da premessa all’elaborazione del lutto, che invece viene negata. L’ultimo saluto al proprio congiunto e il rito delle esequie negati: ferite profonde sia da un punto di vista psicologico che, per molti, spirituale e religioso.

Storie drammatiche caratterizzate da paura, incertezza, distacco, sgomento, frustrazione, attesa, solitudine, angoscia, speranza, negazione, senso di colpa, disperazione …

Dall’altra il sostegno della fede, il risveglio del senso spirituale e religioso: si è constatato che, per molti operatori, ciò che ha aiutato è stato il tentativo di dare senso a quello che stava capitando, e che stava “devastando” anche la loro esistenza professionale e familiare. Un vero e proprio trauma che non solo ha evidenziato la fragilità umana in tutte le sue molteplici forme, ma ha dato origine per molti di loro, e non solo, ad un disturbo post traumatico da stress (insieme a forti sofferenze psicologiche che conseguono ad un evento traumatico, catastrofico o violento: angoscia di morte, insonnia, incubi, ansia, reazioni fisiologiche emozionali …).

Non dimentichiamo elementi come l’allontanamento forzato dalla famiglia e lo stigma subìto, che hanno inciso minando ulteriormente l’equilibrio personale; così pure il recupero della fede, di un costante dialogo con Dio, supportato anche da interlocutori a cui si sono potuti rivolgere grazie alla presenza di sacerdoti e psicologi.

Tenuto conto di quanto fin qui espresso, il nostro “fare” pastorale dovrebbe ripartire dalle seguenti espressioni e atteggiamenti che possono essere sintetizzati in:

Essercie “Stare” come persona (non solo come tecnico e professionista o con un determinato ruolo); umanizzare i luoghi di cura come impegno a fare emergere la “relazionalità”, quale elemento curativo, un fondamentale aiuto per attraversare le situazioni dolorose (perché il dolore va attraversato) e recuperare la dignità di persona; ascolto silenzioso (non ci sono mai risposte “accettabili” di fronte a tanto dolore); speranza come atteggiamento di fiducia, emersa grazie ai gesti di presenza e vicinanza espressi in varie forme (da operatori sanitari, cappellani, vicini di casa) per recuperare il proprio quotidiano e la propria fede.

A questo riguardo, la premura dei cappellani verso il personale, verso i pazienti e le loro famiglie è stata e continua ad essere una presenza positiva ed accogliente, un’offerta di tenerezza, di amicizia e di ascolto, favorendo un’apertura dell’anima, conducendo le persone, magari sino ad allora distanti dalla pratica del loro credo, ad un impegno più responsabile, ad un incontro ravvicinato con Dio, ad un desiderio di ricevere i sacramenti cristiani.

Tanti operatori sanitari nelle corsie d’ospedale, nonostante le corse sfrenate, hanno riscoperto con più attenzione ciò che ci circonda, diventando più collaborativi. È come se si fosse accesa una luce in una stanza buia e ci si fosse riconosciuti uguali, tutti fratelli e sorelle; Dio dunque, si è mostrato e si è fatto riconoscere attraverso l’esercizio di una tale generosa solidarietà.

Cari fratelli e sorelle, il comandamento dell’amore, che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, trova una concreta realizzazione anche nella relazione con i malati. Una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno. Tendiamo a questa meta e facciamo in modo che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato. (Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Malato – Paragrafo 5)

Ogni incontro deve però aver un seguito. Non si può trovare un tesoro, in mezzo alla tempesta, per poi abbandonarlo quando torna a risplendere il sole; ripiomberemmo nella carestia, nella grande povertà! Dobbiamo continuare a realizzare il comandamento dell’amore lasciato da Gesù Cristo ai suoi discepoli: «Amatevi come io vi ho amato» (Gv 15,12), in una spiritualità del quotidiano e della prossimità.

La strada dell’umanizzazione e della cura, per noi credenti, incrocia sempre quella del Vangelo del Regno, che è in mezzo a noi. In ogni situazione della vita.

Ed è una strada che, seppure in salita, è sempre aperta, percorribile per tutti.

Quest’anno a causa delle restrizioni governative causate dalla diffusione epidemiologica da Covid-19, non si celebrerà la Giornata Diocesana del Malato in Cattedrale come gli anni precedenti, ma nei singoli presidi ospedalieri con la partecipazione di malati, medici, infermieri e operatori sanitari. Ogni singola parrocchia l’11 febbraio durante la S. Messa potrà pregare per i malati e i loro curanti servendosi delle schede pastorali e liturgiche scaricabili dal sito della diocesi. Ovviamente (per motivi di sicurezza) senza la partecipazione di malati, diversamente abili e anziani. Ricordo anche di evitare le visite ai malati nelle loro abitazioni (seguendo le disposizioni della diocesi) se non per somministrare il Sacramento dell’Unzione degli Infermi.

Affidiamo tutti i malati, gli operatori sanitari e coloro che si prodigano accanto ai sofferenti, a Maria, Madre di misericordia e Salute degli infermi perché sostenga la nostra fede e la nostra speranza, e ci aiuti a prenderci cura gli uni degli altri con amore fraterno.

 

Ragusa, 20 gennaio 2021

Il Direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Salute

Don Giorgio Occhipinti

 

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