«Da ottant’anni nel cuore della città» Ottantesimo anniversario di presenza dei Padri Carmelitani Scalzi nella città di Ragusa

  1. Carissimi fratelli e sorelle, la festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele e l’ottantesimo anniversario della presenza dei Padri Carmelitani Scalzi a Ragusa – giunti nel 1946 e accolti, nei primi mesi, presso il monastero delle Carmelitane Scalze – si incontrano oggi nella Parola di Dio attraverso un’immagine di straordinaria profondità teologica: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo» (Gv 1,51). Il cielo si apre perché, in Cristo, Dio viene incontro all’uomo e lo introduce nella comunione con Lui. Gli angeli salgono e scendono sopra il Figlio dell’uomo perché Cristo è il luogo definitivo dell’incontro tra Dio e l’umanità, il vero Betel nel quale la distanza tra il cielo e la terra viene colmata. In Lui, Dio entra nella storia e l’uomo viene introdotto, per grazia, nel mistero della vita divina.

 

  1. La visione di Daniele aveva già contemplato «uno simile a un figlio d’uomo», al quale vengono consegnati potere, gloria e regno (cfr. Dn 7,13-14). Giovanni riconosce in Gesù il compimento di quella visione: Egli è il Figlio dell’uomo, il Signore della storia, colui nel quale Dio manifesta il suo disegno di salvezza. Ma questo Signore della storia non rimane lontano dall’uomo: gli si fa vicino, posa su di lui il suo sguardo e lo chiama personalmente. A Natanaele Gesù dice: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto» (Gv 1,48). Prima ancora che l’uomo inizi a cercare Dio, Dio lo ha già raggiunto con il suo sguardo. La fede nasce da questa precedenza della grazia: è Dio che apre il cielo, chiama e conduce alla comunione con Lui. La festa degli Arcangeli e questo ottantesimo anniversario costituiscono, dunque, una provvidenziale coincidenza. Se gli angeli sono i messaggeri attraverso i quali Dio manifesta la sua presenza e la sua volontà, la vita consacrata rende visibile nel tempo la priorità di Dio e ricorda alla Chiesa che il cielo si apre là dove l’uomo accoglie la grazia, ascolta la Parola e si lascia condurre all’incontro con Cristo. È in questa prospettiva che comprendiamo la vocazione del Carmelo: custodire nella Chiesa uno spazio nel quale l’uomo possa fermarsi, ascoltare Dio e lasciarsi raggiungere dalla sua presenza. Nell’orazione questa vocazione trova il suo centro.

 

  1. Teresa di Gesù, nel Libro della vita, scrive: «L’orazione mentale non è altro, per me, che un rapporto d’amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere amati» (Vita 8,5). La contemplazione comincia proprio da questa certezza: dall’amore preveniente di Dio che si dona all’uomo. L’orazione è il luogo nel quale impariamo a riconoscere quello sguardo d’amore che ci ha preceduti e che continuamente ci sostiene. Cari fratelli, il Carmelo è scuola di interiorità perché è scuola della presenza di Dio. In un tempo nel quale l’uomo rischia di vivere disperso nella molteplicità delle voci e delle sollecitazioni, il Carmelo ricorda che esiste un luogo nel quale ritornare: il cuore, là dove Dio abita e attende. Sant’Elisabetta della Trinità pregava: «Pacifica la mia anima, rendila tuo cielo, tua dimora prediletta, luogo del tuo riposo» (Ultimo ritiro, 44). Ecco un modo profondamente carmelitano di comprendere il «cielo aperto» del Vangelo: non soltanto una realtà verso la quale tendiamo, ma il cuore dell’uomo, luogo della dimora di Dio.

 

  1. Se Dio abita nell’uomo, la sua presenza, accolta nell’orazione, trasforma l’esistenza. Nell’ascesi carmelitana, il distacco non è rinuncia fine a sé stessa, ma diventa libertà nell’amore; la purificazione del cuore diventa liberazione da ciò che ostacola l’amore, rendendo la persona pienamente disponibile all’amore di Dio. Giovanni della Croce porta questa verità fino alle sue conseguenze più alte. Commentando il mistero dell’unione con Dio, scrive che nell’unione d’amore «l’Amato vive nell’amante e questi in quello», fino a essere «una cosa sola per trasformazione d’amore» (Cantico spirituale, B, strofa 32,5). L’orazione riconduce l’uomo alla verità più profonda del proprio essere, là dove la grazia lo trasforma progressivamente secondo la forma di Cristo (cfr. 2Cor 3,18; Gal 2,20). Da qui nasce l’antropologia cristiana del Carmelo: l’uomo non si comprende soltanto a partire dai suoi limiti e dalle sue fragilità. Egli è mistero aperto a Dio, creatura chiamata alla comunione e abitata da un desiderio che nessuna realtà finita può colmare. Il Carmelo guarda l’uomo a partire da Cristo e, proprio per questo, lo guarda con speranza. Questa esperienza contemplativa si traduce anche in una presenza nella storia. Chi contempla Cristo, il Crocifisso risorto, riconosce nelle ferite del mondo un appello all’amore; la speranza ricevuta nella preghiera diventa responsabilità, servizio e prossimità.

 

  1. Cari Padri Carmelitani, la vostra vocazione e la vostra presenza sono un dono prezioso per la nostra Chiesa. Attraverso la vostra vita e il vostro ministero, aiutate gli uomini e le donne del nostro tempo a ritrovare il primato di Dio, il silenzio dell’ascolto, il discernimento della coscienza, la libertà interiore. Teresa di Gesù unisce sempre l’amicizia con Dio all’amicizia con i fratelli: la comunità diventa il luogo nel quale coloro che cercano Dio si sostengono nel cammino della fede e della conversione (cfr. Cammino di perfezione, 4,5-7). L’unione con Cristo genera comunione ecclesiale e apre il cuore alla cura dell’altro. In una società segnata dalla solitudine e dalla fragilità dei legami, il Carmelo può mostrare alla nostra città la bellezza di una vita condivisa nell’amore e nella fraternità, diventando così anche una forma di missione. Teresa di Lisieux comprese che la sua vocazione personale viveva nella missione della Chiesa: «Nel cuore della Chiesa mia Madre – scrive – io sarò l’amore» (Manoscritto B, 3v). È questa una profonda intuizione ecclesiologica: la contemplazione raggiunge la sua pienezza nella carità, quando l’unione con Cristo dilata il cuore alla sua sollecitudine per la Chiesa e per la salvezza degli uomini. Anche il monastero, il confessionale, la stanza nella quale una persona viene accolta e ascoltata possono diventare luoghi di missione. Una vocazione accompagnata, un’anima riconciliata, una persona restituita alla speranza, una coscienza illuminata nel discernimento, un giovane che scopre la chiamata di Dio: attraverso queste opere della grazia, la contemplazione diventa vita e la vita diventa seme di Vangelo nella storia.

 

  1. Carissimi confratelli Carmelitani, se la contemplazione genera missione, questo ottantesimo anniversario diventa anche responsabilità verso il futuro. Che cosa il Signore vuole ancora compiere attraverso il Carmelo nella nostra Chiesa di Ragusa? Abbiamo bisogno di consacrati che testimonino la bellezza di cercare Dio con tutto il cuore; di padri spirituali capaci di accompagnare nel discernimento, custodendo la libertà delle persone; di luoghi di silenzio, adorazione e ascolto; di comunità nelle quali la fraternità evangelica diventi esperienza concreta. Per questo, ve lo dico con affetto e gratitudine: custodite ciò che avete ricevuto. Custodite l’orazione, la fraternità, il silenzio, la dottrina e l’esperienza spirituale dei vostri santi. Custodite il primato di Cristo e, soprattutto, custodite il popolo che Dio vi affida. La beata Maria Candida dell’Eucaristia, così intimamente legata alle origini della vostra presenza a Ragusa, ci indica il centro verso il quale tutto converge: l’Eucaristia. Nell’Eucaristia Cristo non soltanto ci parla dell’amore, ma consegna sé stesso. Il contemplativo impara così che l’unione con Dio diventa offerta, dono di sé e comunione con i fratelli.

 

  1. Eucaristia, contemplazione e missione sono inseparabili: chi riceve Cristo impara da Cristo a diventare dono. È qui che possiamo comprendere anche la parola di Gesù a Natanaele: «Vedrai cose più grandi» (Gv 1,50). La promessa di Cristo apre il Carmelo al futuro e ricorda che ogni autentica esperienza di Dio genera nuove forme di dono, di comunione e servizio nella Chiesa. Perciò gli ottant’anni diventano una soglia di speranza: una storia di grazia che continua. Il Signore vuole ancora aprire il suo cielo sopra questa città, suscitare vocazioni, guarire famiglie, riconciliare cuori, riaccendere la fede ed educare alla preghiera. E può farlo anche attraverso la fedeltà umile e quotidiana dei suoi Padri Carmelitani. Mentre rendiamo grazie per gli ottant’anni trascorsi, chiediamo al Signore un futuro fecondo per il Carmelo di Ragusa: un futuro nel quale il cielo continui ad aprirsi sulla nostra Chiesa, attraverso la preghiera, la fraternità e il servizio.

 

  1. Gli Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele accompagnino questa comunità e la nostra Chiesa. Santa Teresa di Gesù, San Giovanni della Croce e Santa Elisabetta della Trinità custodiscano nel Carmelo la fiamma della contemplazione e il desiderio di una sempre più profonda amicizia con Cristo. E la beata Maria Candida, così intimamente legata alla storia di questa comunità, ci conduca al Cristo realmente presente e donato nel Sacramento dell’Eucaristia. Maria, Signora e Madre del Carmelo, raccolga sotto il suo manto questa comunità, questa città e questa Chiesa, e ci ottenga la grazia di vivere ciò che Natanaele comprese quel giorno: che il cielo è aperto, che Dio ci conosce e ci chiama, che la sua grazia ci precede e che l’incontro con Cristo trasforma la vita in un dono d’amore. E così, con il cuore colmo di gratitudine per questi ottant’anni e aperto con fiducia al futuro, affidiamo al Signore il cammino del Carmelo di Ragusa. Sia ancora questa casa un luogo di preghiera, di accoglienza e di incontro con Dio; e su questa comunità continui a risuonare, come promessa e benedizione, la parola del Signore: «Vedrai cose più grandi» (Gv 1,50). Amen.