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1° MAGGIO: MEMORIA DI SAN GIUSEPPE ARTIGIANO E DELLA FESTA DEL LAVORO

Scritto da Pastorale Sociale e del Lavoro il 25/04/2018 in Lavoro

Come per il passato anche quest’anno l’Ufficio diocesano per i Problemi Sociali e il Lavoro mette a disposizione delle comunità parrocchiali, di quelle religiose e dei gruppi, delle associazioni e dei movimenti ecclesiali un sussidio in occasione del Primo Maggio, memoria liturgica di san Giuseppe artigiano, per esprimere vicinanza a quanti non hanno lavoro, a tutti i lavoratori, agli imprenditori, agli artigiani e ai commercianti, colpiti dall’attuale crisi economica che ha coinvolto in modo profondo quasi tutti i settori lavorativi del nostro territorio. La Chiesa ragusana è impegnata ad ascoltare chi vive particolari situazioni di difficoltà, soprattutto gli ultimi, i dimenticati.

Agricoltura, usura, lavoro, sovraindebitamento, pignoramento delle prime case sono infatti problematiche molto complesse, nei cui confronti la prima cosa da fare è ascoltare, accompagnare e aiutare, con spirito evangelico, discrezione e senza proclami, persone e famiglie. Tra le iniziative volte ad aiutare concretamente chi cerca un lavoro e a risolvere alcune problematiche sociali, l’Ufficio ha avviato e sostenuto il progetto “Microcredito per l’avvio d’impresa” e il Centro ascolto L’ARCA, inaugurato quest’anno a Vittoria (in via Cacciatori del Tevere, 8).

Riteniamo però non sia procrastinabile l’elaborazione di un “nuovo modello di sviluppo”: solo in questo senso la crisi può essere considerata un’opportunità, una sfida alla quale tutti dobbiamo partecipare come testimoni di speranza del cambiamento. Non sottovalutiamo infatti che l’occupazione è connessa non solo all’andamento dell’economia ma anche agli stili di vita. Ci rivolgiamo dunque anche alle famiglie, oltre che agli imprenditori e agli operatori economici: prepariamo meglio i ragazzi e i giovani alla vita “buona”, rispettosa del Creato, custode delle relazioni, capace di sobrietà, esperta in essenzialità.

Vivere la festa dei lavoratori oggi, ha il significato particolare di «stringersi gli uni agli altri» per ricercare insieme la soluzione dei problemi complessi presenti nel nostro territorio. Infatti la solitudine vissuta nei momenti di difficoltà risulta per tutti (imprenditori, lavoratori in mobilità o in cassa integrazione, persone in cerca di lavoro) un ulteriore motivo di scoraggiamento.  L’attuale ricorrenza, al di là degli interessi di parte, deve connotarsi di un rinnovato impegno a realizzare le fondamentali dimensioni del lavoro: promuovere la dignità della persona e realizzare il bene comune.

La ricorrenza del 1 maggio ci deve anche stimolare nella ricerca della giustizia riguardo alla distribuzione della ricchezza, non utilizzata per creare lavoro ma per accumulare egoisticamente beni e poteri, spesso fattore divisorio e limitante alla risoluzione dei problemi che richiedono invece il contributo concorde di persone con formazione, cultura e competenze diverse e complementari.

Per realizzare tutto questo è necessario ascoltarsi reciprocamente e la Chiesa ragusana desidera continuare a fare la sua parte nel favorire questo percorso comune.

Ponendoci nell’atteggiamento che scaturisce dalla speranza cristiana fondata su Gesù Risorto invochiamo la Sua protezione su tutti i lavoratori e su quanti sono alla ricerca di un’occupazione.

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Dal “Messaggio per la Giornata del Lavoro 1°maggo 2018” della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, la custodia del Creato

Con il percorso che ci ha portato alle Settimane Sociali di Cagliari abbiamo camminato per le strade del nostro paese andando sui territori, individuando migliori pratiche e problematiche. Da questo viaggio nel paese abbiamo individuato tre urgenze fondamentali.

La prima è rimuovere gli ostacoli per chi il lavoro lo crea come sottolineato dal pontefice nel suo discorso all’Ilva di Genova. Creare buon lavoro (lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale (EG n. 192) è oggi una delle più alte forme di carità perché genera condizioni stabili per l’uscita dal bisogno e dalla povertà. I mondi della pubblica amministrazione e della giustizia non possono essere distanti e separati da questa sfida e devono porsi l’obiettivo di rimuovere lacci e ostacoli evitando di essere un peso ed un freno.

La seconda è avere istituzioni formative (scuole, università, formazione professionale) all’altezza di queste sfide. In grado innanzitutto di suscitare nei giovani desideri, passioni, ideali, vocazioni senza le quali non esiste motivazione né sforzo verso l’acquisizione di quelle competenze fondamentali per risalire la scala dei talenti. Sogniamo un mondo nel quale i nostri giovani non si domandino semplicemente se potranno trovare un lavoro ma lavorino con passione e costanza per raggiungere l’obiettivo della loro generatività domandandosi quanto lavoro, valore sostenibile, quanto bene comune possono creare per la società in cui vivono. A questo fine l’incontro con il mondo del lavoro sin dai tempi della scuola, il confronto con le sue esigenze, lo stimolo allo sviluppo di competenze e al discernimento del proprio percorso di vita rappresentano elementi fondamentali per un sistema formativo che vuole aiutare i giovani ad inserirsi nella società ed evitare che finiscano nel vicolo cieco di coloro che non lavorano né studiano.

La terza è una rete di protezione per i soggetti più deboli, uno strumento efficace di reinserimento e di recupero della dignità perduta per gli scartati, gli emarginati che desiderano reinserirsi nel circuito di diritti e doveri della società. Su questo punto chiediamo alle nostre forze politiche di superare contrapposizioni strumentali e convergere su un comun denominatore di una rete di protezione universale efficace. Tenendo ben presente che dignità della persona non significa essere destinatari di un mero trasferimento monetario ma piuttosto essere reinseriti in quel circuito di reciprocità nel dare e avere, nei diritti e doveri che è la trama di ogni società. Se è vero che la mancanza di lavoro uccide, poiché genera “un’economia dell’esclusione e della inequità” (Evangelii gaudium 53) e produce inevitabilmente conflitti sociali la risposta al problema non può non essere ambiziosa. I giovani, gli imprenditori, noi tutti, credenti e uomini di buona volontà dobbiamo impegnarsi a riscoprire la «“vocazione” al lavoro», intesa come «il senso alto di un impegno che va anche oltre il suo risultato economico, per diventare edificazione del mondo, della società, della vita». Un buon lavoro è infatti dimensione fondamentale per svolgere il nostro ruolo di con-creatori e chiave fondamentale per la generatività, ricchezza di senso e fioritura della vita umana.