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Omelia per il X Anniversario di Episcopato

Scritto da Comunicazioni Sociali il 11/07/2017 in Omelie

Chiesa Cattedrale, 7 luglio 2017 

Carissimi fratelli e sorelle,

saluto con fraterno affetto ciascuno di voi che avete voluto condividere la Frazione del pane e l’ascolto attento della Parola che salva, prendendo parte alla odierna Celebrazione eucaristica, nella quale rendiamo lode al Signore per gli innumerevoli benefici che Egli ci elargisce.

 

1.       Il Signore ci dona anzitutto lo Spirito, consacrandoci con l’unzione. Egli ci unge e ci invia a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare, a liberare, a consolare, a proclamare un anno di grazia del Signore.

Questa è la missione di ogni battezzato, e particolarmente, di coloro che chiamati dal Signore hanno assunto la responsabilità dell’annuncio del Vangelo che salva: siete voi cari presbiteri, insieme con il Vescovo

 

         Per annunciare il Vangelo con coerenza è necessario rimanere nell’amore di Cristo, abitare il suo amore, sperimentare la sua misericordia. Rimarremo nel suo amore, solo se osserviamo i comandamenti che ci radicano in Cristo e che ci proiettano verso l’amore grande, che non esclude nessuno.

        

2.       L’amore grande è quello testimoniato da Cristo, che ha donato la vita per i propri amici, accorciando le distanze e facendoci divenire suoi amici, non chiamandoci più servi; scegliendoci e costituendoci per andare e portare frutto. Egli, infine, ci ha lasciato il comando che diventa per noi stringente: “amatevi gli uni gli altri”. L’amore è da Dio, ed è stato infuso nelle viscere più profonde di ciascuno di noi. Ecco perché noi abbiamo la capacità di amare; e vogliamo amare davvero con tutto noi stessi.

        

         Grazie Eminentissimo Cardinale Paolo Romeo, ed Eccellentissimo Mons. Carmelo Ferraro per la vostra presenza e per l’affetto che mi dimostrate. Grazie anche a voi ed cari fratelli nel Sacerdozio e nel Diaconato, grazie a tutti voi cari amici qui convenuti per condividere questo incontro gioioso.

 

3.       Il sentimento più vivo che provo questa sera, nella nostra Cattedrale stando in mezzo a voi, è quello della gratitudine. Gratitudine anzitutto verso il Signore che mi ha donato la vita e ha voluto fare di me un cristiano, un sacerdote, un Vescovo. Vorrei dire con San Paolo: “Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero” (1 Tm 1,12).

 

Nel ringraziare il Signore per il dono dello Spirito Santo, che dieci anni fa mi ha costituito Successore degli Apostoli, sento il bisogno di riconoscere la mia inadeguatezza e chiedere perdono per il bene che non ho compiuto e le mancanze che ho commesso.

 

4. Speciale gratitudine, unita al ricordo che non si cancella, va ai miei genitori, ai familiari ed amici della Città e della Diocesi da cui provengo, dove sono stato generato alla fede e dove ho svolto il mio servizio sacerdotale ed episcopale, in ausilio del Cardinale Paolo Romeo.

 

Gratitudine profonda sento per la Diocesi di Ragusa: posso dire che più la conosco, attraverso le sue diverse componenti, più le voglio bene. Sono contento di essere Vescovo per voi e con voi. Quando venni tra voi, quasi due anni fa, avevo il cuore aperto alla speranza e mi sono accostato a voi con grande timore e trepidazione; conoscevo i miei limiti e sapevo anche la grandezza del compito del Vescovo. Mi ha aiutato molto la considerevole esperienza maturata come Vescovo ausiliare di Palermo.  

 

5. Rendo pubblica testimonianza della vostra accoglienza nei miei confronti, mi avete aiutato con la vostra affabilità, bontà, pazienza.   

Sono grato, molto grato, ai presbiteri, miei più stretti collaboratori: senza di loro non potrei fare nulla. Il Vescovo ed i presbiteri, sono chiamati ad essere una cosa sola nell’amore reciproco e nella condivisione delle responsabilità pastorali. Sono riconoscente a tutti i presbiteri della Diocesi per lo zelo, la collaborazione e la testimonianza che mi offrite. Ed io, con amore di Padre e di fratello, amo voi che mi siete stati affidati dal Signore: anzitutto i presbiteri e i diaconi, miei  collaboratori nel ministero; ma anche i poveri, gli indifesi e quanti hanno bisogno di accoglienza e di aiuto.

 

6. Naturalmente oltre che ai sacerdoti, manifesto la mia riconoscenza ai consacrati e alle consacrate: la Chiesa non può fare a meno della loro testimonianza. Due belle figure si stagliano davanti ai nostri occhi, due donne della nostra Chiesa: la Beata Maria Schininà, fondatrice delle Suore del Sacro Cuore di Ragusa, che ha profuso il suo zelo caritativo verso i poveri di questa Città; e un’altra consacrata, la Beata Candida dell’Eucaristia, monaca Carmelitana che visse nel Monastero di Ragusa tutta protesa verso il Cuore Eucaristico di Cristo. Ambedue, con le loro scelte di vita ci pongono di fronte a due “compiti – impegni” che dobbiamo tenere presenti: dobbiamo essere anzitutto contemplativi per potere entrare nella dimensione dell’adorazione del “Mistero di Cristo” per conformarci a Lui. Dobbiamo, altresì, guardare attorno a noi, per incontrare i fratelli che gemono e soffrono, e devono sentire la nostra vicinanza, attraverso il prendersi cura di loro, per uscire da quelle sacche di povertà e di miseria che attanaglia la loro vita.  

 

7. Viva riconoscenza va anche ai numerosi catechisti, ai ministri straordinari della comunione, ai cantori, ai volontari e operatori della carità, a tutti coloro – e sono tanti;  ed è questo uno spettacolo confortante - che in diversi modi vivono la passione per la Chiesa, la amano e la servono come si serve il Corpo del Signore.

 

Gratitudine esprimo, inoltre, verso coloro che sono chiamati a costruire il bene comune e testimoniano la volontà e il bisogno di collaborazione, per unire la forze e costruire tutti insieme la città dell’uomo, perché sia una città vivibile, coesa e solidale.

 

        

         7. Essere Vescovo è bello! E’ bello perché il Vescovo è uno strumento della grazia divina, è chiamato ad esprimere e custodire il legame vitale che unisce la comunità cristiana, la Chiesa locale, al suo Signore. Per chi ama il Signore non ci può essere un compito più bello di quello di prodigarsi per costruire la comunità, tenerla unita, nutrirla con tutti i mezzi spirituali, necessari alla sua vita e alla sua diffusione. 

 

In quanto successore degli Apostoli mi viene richiesto di fare quelle stesse cose che faceva Gesù. Il Signore risorto ha affidato agli apostoli questo compito: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). La missione del Vescovo è quella di continuare la missione di Gesù. Si tratta di ripetere quello che Lui stesso  ha fatto: Lui che è il Signore e il Maestro:

-         anzitutto annunciare il Vangelo del Regno, il Vangelo che libera e salva, accende una speranza che non delude e dà un senso compiuto alla vita, il Vangelo che immette nel mondo una forza prorompente di amore che viene da Dio stesso;

-         procurare i mezzi, in primo luogo l’Eucaristia e gli altri sacramenti, che permettono di incontrare il Signore e ricevere da lui la forza del suo amore, il cibo che dà vita, nutre, sostiene e crea la comunità;

-         rendere visibile l’amore di Dio attraverso la testimonianza della carità, con una particolare sollecitudine verso i poveri e i bisognosi.

Così attraverso l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza della carità, il Vescovo, insieme ai suoi collaboratori, forma e fa crescere la Chiesa, Corpo e Sposa di Cristo.

 

8.       Essere Vescovo è un impegno molto oneroso, che va al di là delle forze umane. Chi è chiamato all’episcopato sente tutto il peso della responsabilità che è posta sulle sue spalle: è come un padre di una grande famiglia e deve rendere conto a Dio di ogni singola persona che è affidata alle sue cure. La grazia dello Spirito Santo, peraltro, non annulla la natura umana, che rimane così come è, con tutti i suoi pregi e i suoi limiti.          Pur chiamato a un compito altissimo, il Vescovo rimane una persona umana, portandosi dietro tutta la debolezza e fragilità della propria natura.

 

         Perciò prova una profonda insufficienza, una sproporzione tra ciò che umanamente è, e ciò che è chiamato ad essere: padre, testimone e maestro della fede, modello del gregge. Il Vescovo ogni giorno deve fare umilmente un atto di fiducia, come Maria, riconoscendo che solo con la grazia del Signore è in grado di compiere la sua missione.

 

9.       Il dono che oso chiedere al Signore, in questo Decimo anniversario della mia ordinazione episcopale, è quello di una fede più forte e più profonda e di un cuore più generoso. Aiutatemi anche voi, cari fratelli, con la vostra preghiera per chiedere al Signore di essere meno indegno della vocazione a cui sono stato chiamato; pregate insieme con me perché possa amare e servire questa Chiesa senza riserve, come autentico e coraggioso testimone del Signore risorto. Uniamo le nostre preghiere perché nella nostra Chiesa di Ragusa possa crescere la comunione, la collaborazione e la corresponsabilità; preghiamo perché in essa - animata dalla fede, dalla speranza e dalla carità - possa sempre più e meglio risplendere il volto del Maestro, il Nostro Signore Gesù Cristo. E così sia.